Commenti su Tito Livio e sulle attuali traduzioni letterali - Circeo - Storia e Leggenda

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Commenti su Tito Livio e sulle attuali traduzioni letterali

Mura Ciclopiche

Riteniamo che le città come Signa, Norba, Alatri, Arpino, la stessa Circei (per citarne alcune) ad oggi considerate opere romane siano in realtà figlie di diverso popolo ed edificate ancor prima che nascesse la parola Roma.

Addirittura tali fortificazioni, già da tempo erano in disuso quando furono prese in considerazione dai Romani, ma considerazione tuttaltro che militare, infatti è presumibile che funzionarono da primo riparo per le colonie inviate in queste regioni e successivamente furono abbandonate nel momento che venivano completati i nuovi centri in posizione collinare se non in pianura, ricordiamo: Suessa-Pomezia, Ariccia, Antemna, Pedo, Tivoli e Velletri, Anzio, Satrico, etc.

Altro emblematico riscontro è il fatto che né Tito Livio, né Dionisio, né Plutarco, né in altri storici danno notizie di una qualsivoglia battaglia combattuta sotto le mura ciclopiche. Segno ben evidente dell'esistenza di altri insediamenti di diversa valenza commerciale e strategica.

Nell'VIII° secolo a.c., gli albori dell'epoca Romana, queste città acropoli pelasgiche isolate sui monti, non dovevano già più rivestire interesse strategico-vitale di un tempo. Contrariamente al cattivo uso fatto degli scritti di Tito Livio da molti storici, dobbiamo dire che la prova più evidente che le mura ciclopiche già esistessero dobbiamo ricercarla proprio nello stesso autore.

Infatti T. Livio scriveva "… et colonis mittendis occupari latius imperii fines volebat, Signam Circeiosque colonos misit, presidia urbi futura terra marique" (I 56, 3). Non pochi, basandosi proprio su questa frase di Livio, han voluto propinare come vera e inconfutabile la teoria di una fondazione Romana di Circei ad opera dei coloni inviati da Tarquinio il Superbo, sul finire del VI secolo a.c.

Ma il testo dello storico patavino asserisce proprio il contrario ed il suo esame grammaticale oltre che lessicale, è quanto mai eloquente. Il brano citato diventa, anzi, una prova della non romanicità dell'Acropoli di Circei!. Infatti, in latino, il complemento di "moto a luogo" richiede l'accusativo preceduto dalla preposizione "ad". Classica eccezione: i nomi di città rifiutano la suddetta preposizione "ad".

E' proprio il nostro caso, trattandosi di "moto a luogo" verso due città (Signa e Circei) Livio non impiega la preposizione "ad" , bensì l'accusativo semplice: le città esistevano già; Livio sapeva benissimo che i coloni non erano andati a fondarle, ma a crearvi delle "futura presisidia" con la loro presenza. Altro ci sarebbe da dire sul fatto della doppia colonizzazione avvenuta nel territorio dei Circei ad opera dei Romani, ma per questa sezione non ha interesse e si rimanda a quanto scritto nelle trattazioni sui Romani.

Gli antichi romani, oltre alla strategia campale, utilizzarono molte macchine da guerra, di queste ne lasciarono descrizione quasi megalomane. Lo storico Appiano ricorda che all'assedio di Cartagine fu impiegato un ariete talmente grande di aver bisogno dell'opera di 3000 romani.

Contestazione della tradizione storiografica romana

Delle più antiche vicende dell'Urbe gli storici romani forniscono una larga messe di notizie. Livio, lo storico contemporaneo di Augusto, tracciò un quadro assai vivace di quella che i Romani consideravano la storia più antica della loro città. Ma la storiografia romana che si riferisce al periodo delle origini non si fonda su testimonianze antiche perché i Romani non possedevano alcuna tradizione di quell'oscura periodo. La letteratura latina ebbe inizio solo nella seconda metà del III secolo; le fonti di cui gli storici disponevano per illustrare il periodo delle origini altro non erano se non una scarna cronaca che risaliva un'epoca non anteriore alla metà del secolo IV, e alcune liste di magistrati non anteriori, comunque, alla metà del V secolo. Per il periodo regio e i primordi della Repubblica mancava, dunque, praticamente qualsiasi testimonianza. Ma la dominatrice del mondo non poteva rinunciare a una storia della sua età più antica, e poiché non ne esisteva alcuna, bisognava inventarla di sana pianta.

Antichissime istituzioni politiche e religiose eccitavano la fantasia, ipotesi vaghe si tramutavano in solide concezioni. Anche le orgogliose famiglie aristocratiche contribuivano con ampie narrazioni di pretese gesta degli antenati a nobilitare un oscuro passato. Questa immagine della Roma più antica trovò poi il suo compimento nelle lotte tra le diverse fazioni politiche alla fine della Repubblica, quando si vollero trasferire in epoche passate idee e problemi del presente e si chiamarono in causa gli antenati che col loro senso di giustizia e la loro obbedienza al volere degli dèi avevano fatto assurgere la piccola città lungo le rive del Tevere a signora del mondo. Mentre la compagine dello stato era sconvolta da interne lotte, i Romani richiamarono a nuova vita il proprio passato, in cui vedevano gli attuati gli ideali politici e le aspirazioni che nello squallore morale del presente non potevano tradurre in realtà. Quanto più diventava evidente la crisi della Repubblica tanto più netto si stagliava il profilo della Roma antica. Il quadro storico che ne risultava, serviva da orientamento, anzi, si cercava contemporaneamente di migliorarlo e di ampliarlo, sì che il passato divenne sempre più chiaramente il modello quasi stereotipo del programma politico presente. Sotto questo aspetto le opere degli storiografi romani che riferivano le vicende del passato, acquistavano un particolare valore per la formazione dell'opinione politica durante l'ultimo periodo della Repubblica e agli inizi dell'età imperiale. E proprio per il loro contenuto etico e politico, questi resoconto meritano l'interesse degli storici, ma solo in relazione all'epoca in cui essi furono redatti. Per una moderna ricostruzione critica delle origini di Roma siffatta "tradizione" non ha alcun valore.

Dagli storici romani non possiamo conoscere come in realtà si svolsero gli avvenimenti. Dobbiamo perciò fondarci sui risultati degli scavi, l'interpretazione di antichi usi e istituzioni della vita politica e religiosa, che si mantennero per lungo tempo e consentono talune deduzioni per la fase più antica della storia di Roma; Infine dobbiamo tener conto di occasionali accenni contenuti negli storici greci, i quali, mentre illustrano le vicende dei Greci d'occidente, sono spesso indotti a parlare degli antichi abitatori della penisola. Altri validi mezzi per la ricostruzione della protostoria romana sono forniti dalla toponomastica e dalla storia della lingua latina. In questo modo è possibile con un lavoro accurato e paziente ottenere un quadro abbastanza chiaro, nonostante le numerosa lacune, di quella parte della storia romana che risulta priva di tradizione letteraria.

 
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