La cisterna del Rospo Idolatrato - Circeo - Storia e Leggenda

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La cisterna del Rospo Idolatrato

Mura Ciclopiche

All'interno della cinta della Arx, come indicato nella planimetria tratta da il Lugli a pag.18 del Forma Italiae, si trova una piccola radura dove si apre un'apertura che fa intravedere una struttura costruita dall'uomo nel sottosuolo. A primo avviso sembrerebbe un pozzo, ma poi discendendo nel suo interno (con le dovute attrezzature e cautele), ci appare essere una costruzione ipogea.

Tale opera, costituita da un unico vano, si presenta come un tronco di cilindro sormontato da un cono dove alla sua sommità si colloca la bocca circolare di appena 60 cm di diametro per 80 cm di profondità. L'opera è costruita interamente in blocchi irregolari di pietra calcarea estratta in situ che si incastrano gli uni sopra gli altri esclusivamente a secco.
Come già detto, l'edificio si compone di due sezioni: la prima, la base, è costituita da un ampio cilindro del diametro di 5 metri per oltre 3 di altezza; la seconda invece si presenta come una cupola più similare ad un tronco conico che poggia sulla precedente struttura elevandosi per circa altri 2,50 metri sino al culmine ove è l'ingresso.

Particolarità notevole è che le pietre del tronco di cono sono sovrapposte a sbalzo tanto da sorreggersi le une con le altre.

Di questa struttura non se ne trova descrizione nel libro del Capponi, mentre altri ne hanno narrato tra cui il Petit-Radel e il Grongenet. Il Lugli, nella pag 21 nella sua opera "Forme Italie", descrive questo pozzo, ma di fatto, dopo il nostro sopralluogo, possiamo dire che non abbiamo trovato aderenze a quanto indicato dallo studioso. Egli descrive: misure diverse, essere una costruzione con blocchi accuratamente squadrati e lisci, arriva a misurare lo spessore dei muri della struttura ipogea paria a circa 2,50 mt.

In particolare il Fonte-a-nive, pur posizionando la stessa all'interno della cinta muraria, dice che ad allora conteneva acqua (Fonte-a-nive R. "Sui monumenti ed altre costruzioni poligonie", Roma 1887, pag 160). Nel 1792 il Petit-Radel, con riferimento a quanto detto dal Grongenet la descrive piena di detriti e le dà il nome di - cisterna del rospo idolatrato - (Petit-Radel, Recherches sur les Monuments Cyclopeens, Paris, 1842). Leggendo ancora dalle descrizioni di altri autori si incomincia a capire che in realtà esistono due pozzi di cui uno è quello da noi qui analizzato ed effettivamente posto all'interno della Arx, mentre l'altro trovasi all'interno di un'altra cinta posta sulla punta più elevata del promontorio detta "Picco di Circe" e ben lontana (quest'area sarà oggetto di altra trattazione).

Da quanto visto e toccato con mano possiamo asserire che il pozzo è costituito interamente da pietre allocate a secco senza alcuna traccia di malta o altra mescola di argilla, la volta è stata edificata con pietre più grandi che si sorreggono vicendevolmente tanto da creare un equilibrio statico interno: sembra di osservare una struttura che richiama la stessa sovrapposizione delle squame di pesce (ipogea).

Riteniamo che tutta la struttura sia in realtà un edificio con finalità e funzionalità diverse da quelle di una conserva d'acqua. Infatti, non presenta alcun accorgimento tecnico edificatorio che ne dimostri essere concepito come un contenitore stagno per l'acqua.
Lo stesso spessore delle mura non è, al momento, misurabile se non con un cospicuo scavo esterno che mostri la reale fattezza volumetrica dell'intero edificio, quindi, non siamo riusciti a capire come in passato si sia individuato il cennato spessore di 2,50 ml.
Accettando credibile l'età della Arx tra il terzo e quarto secolo a.c. scopriamo che a quei tempi i Romani già da tempo erano conoscitori dell'arte edificatoria delle conserve d'acqua sia a sviluppo orizzontale (cisterne) che verticale (pozzi), comunque, è indubbio che fossero abili costruttori di pozzi atti a raccogliere sia l'acqua piovana che quella in esubero delle vene idriche più affioranti.

Normalmente la tipologia dei pozzi era quella di aver in sommità un diametro di circa 1,5 metri per poi aumentare gradatamente sino a giungere, nel fondo ad un diametro massimo di 3 metri; tutto era comunque simile ad un tronco di cono regolare e contraddistinto da:

a. l'uso di pietre di pezzatura media tra loro incalciate con malta idraulica (se trattatasi di pozzo per la raccolta di acque piovane quindi, a tenuta stagna);
b. l'uso di pietre di pezzatura media interrotte con qualcuna più grande e senza in frapposizione di malta (se trattatasi di pozzo atto a raccogliere l'acqua di vene affioranti e comunque opera che facilmente rimaneva in secca nei periodi più caldi, quindi, a tenuta non stagna in quanto, l'acqua come entrava nel contenitore nei periodi piovosi, allo stesso modo poteva essere riassorbita nei periodi di secca).


Comunque i pozzi romani avevano in comune il bordo superiore, affiorante dal livello di campagna, in muratura legata a calce.
Concludendo possiamo ipotizzare, in base agli elementi ad oggi in possesso, che il pozzo all'interno della città di Circei non era un pozzo atto a usi e finalità idriche tanto più che né d'inverno e né in altro periodo dell'anno riesce a contenere o trattenere acqua. Asserire che era un pozzo di fattura romana sarebbe fare un torto alla stessa Roma antica che ai tempi della sua occupazione (IV secolo a.c.), tanto bene conosceva l'uso delle malte e dei sistemi di conserva di risorse idriche. Inoltre fa riflettere che tutta la struttura risulta addossata per oltre la metà ad una parete rocciosa mentre un fronte di circa 120° è completamente contenuto da un riempimento in terra e pietrame di pochi metri di spessore che non presenta accorgimenti adatti ad impermeabilizzare la cisterna.

 
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