Ulisse e Circe - Circeo - Storia e Leggenda

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Ulisse e Circe

Leggenda

Libro Decimo

   Quindi, per mezzo alle selve dell'isola, Ermete all'Olimpo 305
   fece ritorno; ed io mi volsi alla casa di Circe;
   e m'ondeggiava in vario tumulto, appressandomi, il cuore.
   Dalla ricciuta Dea ristetti alla soglia. E qui, fermo,
   un grido alto levai. Udì la mia voce la Diva,
   subito fuori uscì, le lucide porte dischiuse, 310
   e mi chiamò: col cruccio nel cuore, tenni dietro ai suoi passi.
   Essa in un trono mi fece sedere, dai chiovi d'argento,
   istoriato, ricco; né ai piedi mancò lo sgabello.
   Quindi in un vaso d'oro mi pose un intriso, da berlo;
   e, macchinando il mio male, l'aveva d'un farmaco infuso. 315
   Or, poi che l'ebbi bevuto, ma nulla era stato l'incanto,
   su me batté la verga, volgendomi queste parole:
   "Va' nel porcile, sdraiati adesso con gli altri compagni!"
   Disse. Ma io, sguainata dal fianco l'aguzza mia spada,
   sopra di lei m'avventai, sì che volessi sgozzarla. 320
   Essa, con un grande urlo, s'abbassò, mi strinse i ginocchi,
   e, singhiozzando, queste parole veloci mi disse:
   "Chi sei tu mai? Di dove? I tuoi genitori chi sono?
   La tua città? Stupore mi prende che tu quell'intriso
   hai tracannato, e schivato l'incanto. Nessuno dei mortali 325
   che trangugiato l'avesse, poté mai sottrarsi a quel filtro.
   Certo lo scaltro Ulisse devi essere tu…


agg.3 03.12.2002
agg.4 16.03.2012

 
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