Da Alatri... un indizio - Circeo - Storia e Leggenda

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Da Alatri... un indizio

Mura Ciclopiche

di Gianluigi Proia
da Mystero n.86 di maggio-giugno 2008
Mondo Ignoto SrL

Giulio Magli, professore di Meccanica Razionale al Politecnico di Milano, è tra i maggiori esperti di archeoastronomia in Italia, argomento su cui ha già pubblicato alcuni saggi fra cui "Misteri e scoperte dell'Archeoastronomia" (2005) e "I segreti delle antiche città megalitiche" (2007) entrambi editi dalla Newton Compton Editori.

Della sua ipotesi, basata su una serie di osservazioni "in loco", che due delle piramidi della piana di Giza, quelle convenzionalmente attribuite a Cheope e a suo figlio Chepren, siano state costruite secondo un unico progetto si è occupato il 15 dicembre dello scorso anno il maggior quotidiano italiano ("Il Corriere della Sera") evidenziando,inoltre, come l'archeoastronomia dell'anno accademico in corso sia anche disciplina universitaria, presso la facoltà di architettura di Milano Bovisa, del Politecnico di Milano con docente lo stesso Giulio Magli.

Alcuni mesi fa Magli ha partecipato in Lituania ad un importante convegno sulla materia che ha registrato la partecipazione di ricercatori provenienti da tutto il mondo intervenendo, fra l'altro, sulle relazioni astronomiche che emergerebbero dall'analisi delle piante di alcuni centri megalitici nell'Italia Centrale.

Abbiamo voluto approfondire tale tematica di cui lo studioso romano si è occupato in maniera approfondita nel già citato "I segreti delle antiche città megalitiche", sentendo lo stesso Magli a cui abbiamo chiesto inizialmente notizie sulle scoperte presentate nel corso della manifestazione svoltasi la scorsa estate in Lituania.

Le Torri di Chankillo

- Professor Magli lo scorso luglio lei ha partecipato in Lituania all'università di Klaipeda ad "Astronomia e Cosmologia nelle tradizioni popolari e retaggio culturale", incontro internazionale dedicato alla ricerca archeoastronomica che ha registrato la partecipazione di studiosi provenienti da tutto il mondo. Nel corso dell'assise scientifica, divisa in sei sessioni, quali sono stati gli elementi più importanti emersi?

"L'archeoastronomia in Europa ha avuto un grande sviluppo soprattutto negli ultimi dieci anni. Il dato, poi, più interessante è che, ormai, gli scienziati europei effettuano ricerche in tutto il mondo. Direi che la notizia dell'anno è la scoperta di un osservatorio astronomico in Perù a Chankillo, località a quattrocento chilometri da Lima. Osservatorio nel quale popolazioni molto precedenti ali Inca, va ricordato che siamo nei primi secoli dopo Cristo, già osservavano il Sole con grande precisione con delle torri piazzate all'orizzonte su una collina. Direi che questa pubblicata su "Science", senza alcun dubbio, può essere considerata la notizia archeoastronomica dell'anno. Una scoperta che è stata fatta da Clive Rugles, un archeoastronomo inglese che l'ha esposta a Klaipeda. Si tratta di un osservatorio solare composto da tredici torri disposte su una collina. Dal fondo della valle di Chankillo si poteva seguire il ciclo annuale del sole che sorge successivamente dietro le torri".


Una scoperta inattesa

- Nell'ambito della quarta sessione dei lavori quella dedicata alle "Riflessioni sulla conoscenza di astronomia e cosmologia nei monumenti, nei paesaggi e nell'architettura" lei è intervenuto trattando la "Disposizione geometrica e relazioni astronomiche nelle mappe di alcune antiche città in Italia". In particolare su quali ha incontrato il suo intervento?

"In questo momento la ricerca che stiamo portando avanti riguarda le acropoli megalitiche, vale a dire dei monumenti fatti con questa tecnica che si chiama poligonale con grandi blocchi incastrati senza malta. Ce ne sono alcune molto importanti in Italia, e c'è una poco nota che si trova sulla collina di Sant'Erasmo di Cesi, a pochi chilometri da Terni, su cui recentemente abbiamo (insieme ad uno studente che sta facendo la tesi di dottorato con me, Nicola Schiavottiello dell'università di Southampton) fatto un rilievo completo. Analizzando i sui allineamenti astronomici abbiamo scoperto che sono molto, molto simili a quelli che abbiamo già trovato in strutture simili decisamente più conosciute come quelle presenti ad Alatri, e sul Monte Circeo".


Una prova da interpretare

- Proprio Alatri, un centro in provincia di Frosinone, riveste un ruolo di particolare rilievo nelle sue ricerche.
Ma queli sono le caratteristiche archeoastronomiche che rendono la pianta dell'acropoli di Alatri così interessante?

"Alatri è stato, forse, il luogo in Italia in cui l'archeoastronomia è stata pionieristica con le ricerche di Don Giuseppe Capone agli inizi degli anni Ottanta. Ricerche poi pienamente confermate da ulteriori studi. Don Giuseppe Capone è stato il primo ad accorgersi che la città era pianificata su base radiale, cioè aveva un centro privilegiato, cosa sicuramente non comune nel mondo romano. L'allineamento principale della città era orientato verso il sorgere del sole al solstizio d'estate. Poi dopo, a ciò si sono aggiunte varie altre informazioni. Per esempio Don Giuseppe ha proposto che la disposizione dell'acropoli fosse ispirata dalla Costellazione dei Gemelli: io stesso ho trovato alcuni allineamenti verso delle stelle molto brillanti, molto significative della costellazione".


- A questo proposito in più occasioni lei ha evidenziato che nell'acropoli di Alatri esiste una particolarità che sembrerebbe in grado di introdurre un elemento nuovo nel dibattito sul periodo della sua edificazione.
Alcune costruzioni sono orientate verso stelle che non si vedono più nel nostro emisfero per effetto di un fenomeno, fra l'altro chiamato molto spesso in causa da molti ricercatori di confine: la precessione degli equinozi. Ma che cos'è la precessione e cosa determina?

"Esiste un fenomeno che si chiama precessione e che cambia lentamente ma inevitabilmente il cielo che non vediamo. Il cielo che vediamo oggi ad Alatri è completamente diverso da quello che si vedeva duemila e cinquecento anni fa o prima. Molte stelle sono state portate da questo fenomeno sotto l'orizzonte. In particolare le stelle del Centauro e della Croce del Sud, che non possiamo più vedere ma che per esempio sono così brillanti nell'altro emisfero da essere scelte per la bandiera dell'Australia e del Brasile, a quell'epoca si vedevano anche da noi.


- Tale circostanza potrebbe essere considerata una prova che la costruzione dell'Acropoli di Alatri sia avvenuta in un periodo in cui era possibile osservare tali stelle da questa zona del Lazio Meridionale?

"Questa è senz'altro una prova. Purtroppo non discrimina sulla romanità di Alatri in quanto è proprio nel periodo romano-repubblicano che, per il fenomeno della precessione, si è cominciato a non vederle più. Siamo al limite ma un elemento è certo. Nel mondo romano non è documentato alcun genere di interesse verso queste stelle".


Il mistero delle origini

- Alcuni studiosi hanno avanzato, con motivazioni diverse, soprattutto nel corso del ventesimo secolo l'ipotesi che i primi edificatori dell'acropoli di Alatri abbiano avuto un'origine non autoctona e che, anzi, potessero provenire da aree molto distanti. Ad esempio l'orientalista De Cara ha prospettato un legame con gli Ittiti. Ritiene credibile tali ipotesi?

"La ritengo percorribile però va detto che l'esperienza insegna che spesso capacità umane si sviluppano in modo non lineare, direbbe un fisico, in luoghi diversi in tempi diversi arrivando agli stessi risultati. Quindi sono molto cauto su questo tipo di ipotesi però non la escludo. In particolare per quel che riguarda De Cara, a mio parere per il momento le prove sono solo indiziarie (assonanza tra nomi di luoghi, analogia delle tecniche costruttive) e quindi non convincenti. Tuttavia non escludo che la situazione possa cambiare in futuro.

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