Il massacro del Circeo - Circeo - Storia e Leggenda

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Il massacro del Circeo

Storia

Il massacro del Circeo, per l'atrocità delle sevizie inferte a Donatella Colasanti (1958-2005) e Rosaria Lopez (1956-1975), che ne morì, è destinato a restare una delle pagine criminali più allucinanti del dopoguerra.

Oltre mille pagine di istruttoria furono scritte per ricostruire nei dettagli questo delitto avvenuto il primo ottobre del 1975. Dopo 36 ore di torture morali, fisiche e sessuali, tre giovani Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, tutti gravitanti negli ambienti eversivi della capitale, uccidono Rosaria Lopez, 17 anni, che assieme alla sua coetanea, Donatella Colasanti, li aveva seguiti nella villa al Circeo di Ghira, convinte di andare al mare.

Dopo una notte di bestiale violenza, all'alba, i tre, pensando che le due ragazze siano morte, le avvolgono in sacchi di plastica, le caricano nel bagagliaio della 127 di Guido e fanno ritorno a Roma. Prima di sbarazzarsi dei corpi delle due ragazze, parcheggiano tranquillamente l'auto sotto l'abitazione dello stesso Guido e si allontanano. Ma Donatella Colasanti, tramortita e ferita, è era ancora viva, e accortasi che l'auto è stata abbandonata, comincia a gemere, richiamando così l'attenzione di un vigile notturno che apre il bagagliaio dell'auto e la salva. Gianni Guido viene subito arrestato, in apparente stato di confusione mentale. Angelo Izzo poco dopo, Andrea Ghira riesce invece a fuggire. Non sarà mai catturato.


Il processo si svolge nel luglio del 1976 e i giudici non concedono alcuna attenuante ai tre imputati, che vengono condannati in prima istanza al carcere a vita per omicidio pluriaggravato. Nel gennaio del 1977 Gianni Guido e Angelo Izzo cercano di evadere dal carcere di Latina, dove erano detenuti, prendendo in ostaggio una guardia carceraria. Il tentativo fallisce. Al processo d'appello, il 28 ottobre 1980, i familiari della giovane uccisa, accettano il risarcimento offerto dalla famiglia Guido e questo, insieme al presunto pentimento dell'omicida, induce la Corte a ridurgli la pena a 30 anni di reclusione.

Successivamente Guido viene trasferito nel carcere di San Gimignano dove, grazie ad una condotta modello, riesce a godere di un trattamento tanto privilegiato da avere accesso alla portineria del penitenziario da dove fugge, senza particolari difficoltà, il 25 gennaio 1981. Il 28 gennaio 1983 Guido viene arrestato a Buenos Aires: sotto falso nome, vendeva automobili. Ricoverato in ospedale, in attesa di estradizione, perché feritosi durante un tentativo di evasione, il 15 aprile 1985, Guido riesce nuovamente a fuggire. Sarà nuovamente intercettato nel giugno 1994 a Panama e trasferito in Italia. Gianni Guido è tornato in libertà, per pena scontata, il 25 agosto 2009.

Tentativi di evasione hanno caratterizzato anche la vita carceraria di Angelo Izzo, nel frattempo divenuto una sorta di "pentito" buono per tutte le stagioni (dall’eversione di destra fino alla mafia). Izzo riesce ad evadere dal carcere di Alessandria il 25 agosto 1994 per essere poi arrestato in Francia il 15 settembre successivo. Nel dicembre 2004, ottenne la semilibertà dal carcere di Campobasso, su disposizione dei giudici di Palermo, per andare a lavorare in una cooperativa. Il 28 aprile 2005, Izzo uccise Maria Carmela e Valentina Maiorano, all'epoca sotto protezione in provincia di Campobasso e rispettivamente moglie e figlia di Giovanni Maiorano, ex affiliato (poi pentito) della Sacra corona unita che Izzo conobbe in carcere. Izzo si sposa il 10 marzo 2010 nel carcere di Velletri con una giornalista, ma la relazione terminò dopo circa un anno. Attualmente è in carcere per scontare la pena dell'ergastolo.

Secondo le indagini, Ghira avrebbe inizialmente trascorso 18 anni nella legione straniera spagnola, il Tercio de Armada, dove si sarebbe arruolato il 26 giugno 1976 a Madrid, sotto il falso nome di Massimo Testa de Andrés, dichiarandosi nato a Roma nel 1955 (posticipando quindi di due anni la sua vera data di nascita). Ghira sarebbe poi morto in seguito a overdose all'età di 40 anni l'11 aprile 1994 e sepolto nel cimitero di Melilla.

I dubbi sulla morte di Andrea Ghira

Potrebbe non essere di Andrea Ghira il corpo sepolto a Melilla, in quanto esiste una foto del 1995, scattata dai Carabinieri a Roma, che ritrae un uomo camminare in una zona periferica della città: l'analisi dell'immagine al computer ha confermato che si trattava di Andrea Ghira. Nel corso degli anni, e soprattutto dopo la trasmissione "Chi l'ha visto?", suoi avvistamenti sono stati infatti segnalati in Argentina, Brasile, Costa Rica, Paraguay, Kenia, Sud Africa e Inghilterra. Nel 2004 viene aperto un fascicolo su Ghira dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dal sostituto procuratore di Roma Giuseppe De Falco. Riprendono così le indagini per rintracciare Ghira, con perquisizioni a tappeto di Carabinieri, Servizio Centrale Operativo (SCO) e Digos. Vengono passati al setaccio nove appartamenti di parenti e amici di Ghira, con sequestri di documenti, lettere e computer. Altre ispezioni si svolgono all'estero. Due strettissimi familiari di Ghira vengono iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento, ma poi non si viene a sapere più nulla dagli inquirenti.


La Procura di Roma chiese l'esumazione della salma, cosa che avvenne il 14 novembre 2005 alla presenza degli investigatori italiani. Fu prelevato un femore per analizzare il DNA a Roma. Nella bara il cadavere risultava ancora affiancato dalla siringa che aveva procurato l'overdose nel settembre del 1994. Il 26 novembre 2005 l'esame del DNA confermò l'identità di Ghira.


Ma secondo quanto riportato nel 2006 nel libro "Tre bravi ragazzi" di Federica Sciarelli, l'analisi del DNA di Ghira sarebbe stata effettuata "a cura di persona non imparziale". L'avrebbe infatti condotta nei laboratori dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università La Sapienza, diretto dal Prof. Arbarello, la Dott.ssa Carla Vecchiotti: una genetista che risulterebbe, secondo le indiscrezioni, già allieva e pupilla della Prof.ssa Matilde Angelini Rota (medico legale responsabile dell'ambulatorio per la violenza carnale dell'Istituto di Medicina Legale della stessa Università, zia dal versante materno dello stesso latitante Andrea Ghira.


Così avrà a dichiarare Donatella Colasanti, prima di morire: "Andrea Ghira è vivo e sta a Roma, quelli sepolti a Melilla sono i resti di un suo parente, per questo il DNA è lo stesso". In modo analogo si è espressa anche Letizia, la sorella di Rosaria Lopez.

Il Racconto di Donatella Colasanti
Nota: il contenuto del racconto è riservato ad un pubblico adulto

Ho conosciuto un certo Carlo (Gian Pietro Parboni Arquati) vicino al cinema Empire, giovedi scorso, verso le ore 18. Ero uscita dal cinema insieme alla mia amica Nadia (Campoli), stavamo facendo l'autostop e si fermò questo ragazzo. Era gentile, cortese, e salimmo su. Durante il tragitto ci propose di vederci nuovamente, insieme a un suo amico. E così gli diedi il mio numero di telefono.
Mi telefonò sabato verso l'ora di pranzo e mi chiese se potevamo vederci il pomeriggio al bar del ristorante Il Fungo, all'Eur. Andai all'appuntamento con Rosaria; Nadia era con la sorella e due amiche al luna park. Con Carlo c'erano due suoi amici, Angelo e Gianni. Abbiamo bevuto qualcosa, chiacchierato. Al momento di salutarci ci chiesero se potevamo uscire nuovamente con loro il lunedì successivo, e ci dissero, visto che erano in tre, di portare un'amica. Prendemmo quindi un nuovo appuntamento per il pomeriggio del lunedì alle ore 16, davanti al cinema Ambassade. Anche questa volta Nadia non era potuta venire, e così eravamo solo io e Rosaria. Ma anche Carlo non si presentò. All'appuntamento c'erano solo Angelo e Gianni: ci dissero che Carlo ci stava aspettando a Lavinio, che avremmo potuto passare il pomeriggio con lui, al mare. Salimmo sulla macchina, eravamo già vicini alla Pontina, la strada che porta verso il mare, ma loro non svoltarono per Lavinio.
Verso le 17 si fermarono per telefonare a Carlo e ci disse che non l'avevano trovato e che probabilmente era andato ffarsi un bagno.
Prendemmo una strada laterale, sulla sinistra vi era un albergo con un'insegna rossa, e dopo l'albergo si saliva verso il paese, poi si procedeva oltre. Prendemmo una strada che non ra del tutto asfaltata. Arrivammo davanti a una villa. Era bianca a tre piani, all'entrata vi era una porta a vetri con infissi di legno marrone. Loro cercarono le chiavi, vicino al cancello. Una volta trovate, entrammo.
Ci dissero che la villa era di Carlo. Mancavano dieci minuti alle 18.
Gianni era vestito con pantaloni scuri, una maglietta color crema. Se volete che ve lo descriva... è un ragazzo di circa ventitré anni, magro, molto alto, ha i capelli neri, anche gli occhi li ha neri. E ha una piccola cicatrice sulla guancia, credo sia la guancia sinistra.
Di Angelo mi sono rimasti impressi gli occhi, azzurri, sporgenti, a palla. È molto più basso di Gianni. Ha una cicatrice sul polso sinistro. Mi disse che era un tatuaggio cancellato, che aveva lasciato il segno. Mi disse anche che si era operato di recente. Indossava una maglietta celeste con delle piccole righe bianche, e un paio di blue jeans.
Nella prima mezz'ora non ci furono minacce, né violenza. Poi la trasformazione. E tutto diventò un incubo.
Erano le 18,20 e ci trovavamo nel giardino. Gianni tirò fuori una pistola. Lui e Angelo cominciarono a dire che erano della banda dei Marsigliesi. Per spaventarci ancora di più, ci dissero che doveva arrivare un certo Jacques (Andrea Ghira), che era il loro capo, che era terribile, e che era stato lui a dare l'ordine di prendere due ragazze.
Noi dicemmo subito che non avevamo mai fatto l'amore, che ci dovevano lasciare andare. E loro risposero che se avessero saputo che eravamo vergini nemmeno ci avrebbero prese.
Insistevamo. Volevamo tornare a Roma.
Ci spinsero verso il bagno, e ci chiusero dentro, a chiave.
A un certo punto Angelo aprì la porta, era solo, ci disse che ni era andato a dormire. Fece uscire Rosaria. Poco dopo la tornare in bagno, era molto spaventata, mi disse che l'aveva obbligata a spogliarsi e che l'aveva abbracciata. La rimandò in bagno completamente nuda. Poi chiese a me di uscire fuori. Mi disse: «Vieni qui, non avere paura». Mi portò in una camera dove c'era un letto a una piazza, con sopra una coperta verde. Mi disse: «Se strilli ti addobbo». Una frase che ci ripeterono poi più volte. In questa stanza mi fece spogliare, cominciò ad accarezzarmi e io cercavo di assecondarlo perché ero terrorizzata. Si limitò a toccarmi, a estrarre il pene, a farsi toccare.
Invitata la teste a non essere reticente, aggiunge: Dovetti soddisfarlo anche con la bocca, fino all'orgasmo. La finì anche con me dopo circa mezz'ora. Mi riportò nel bagno. Si era tenuto i nostri vestiti. Ci lasciò cosi, tutte e due nude. Il bagno non aveva finestre. Diceva tutto serio che era il bagno dove avevano tenuto prigioniero Bulgari.
Erano le 23. Gianni doveva essere tornato, ed ebbi la sensazione che fosse fuori a fare la guardia. Angelo andò a dormire per circa un'ora. Poi tornò nuovamente. Ci assicurò che ci avrebbe lasciato andare, ma poi ci disse che se Jacques lo avesse voluto, ci avrebbe dovuto ammazzare. All'una di notte tornò, era nudo. C'era anche Gianni. Mi fecero uscire dal bagno. Mi costrinsero a prendere il pene di Gianni in bocca. Gianni era arrabbiato, disse che non ero buona a fare niente. Lui e Angelo ridevano di me. Subito dopo mi dissero di chiamare Rosaria.
Gianni diceva: «Una delle due la dobbiamo sverginare».
Noi li imploravamo di lasciarci andare e loro ridevano, ci prendevano in giro. Gianni mise il pene in bocca a Rosaria e disse ad Angelo che l'avrebbe sverginata. Intanto Angelo mi toccava. Poi Angelo disse a Gianni che non ce l'avrebbe fatta a sverginarla, gli disse: «Lasciala perdere».
Ci richiusero nel bagno. Noi piangevamo, avevamo freddo, eravamo nude. Ci gettarono una coperta. Sentivamo fuori Angelo e Gianni che chiacchieravano. Contemporaneamente sentivo rumore in un altro bagno. Quindi pensai che ci fosse un'altra persona.
Non riuscivamo a dormire, ci abbracciavamo e cercavamo di farci coraggio.
Alle sei del mattino arrivò Angelo che ci disse che dovevamo andare in un altro bagno perché in quello dove stavamo
dovevano entrare delle persone. Rosaria strillava e implorava di lasciarci andare. Angelo aveva la pistola in mano e Gianni nrese una cinghia, cominciò a bestemmiare e ci disse: «State zitte, altrimenti vi ammazzo».
Ci chiusero nell'altro bagno. Ogni tanto arrivava Angelo, sempre con la pistola, per minacciarci. Anche in questo bagno non c'erano finestre.
Dopo due o tre ore ci fecero tornare nel primo bagno. Verso le dieci sentii lo squillo del telefono che era al piano di sopra. Poco dopo scese giù Angelo che era andato a rispondere; disse che era Jacques e che sarebbe arrivato verso le due del pomeriggio, con gli altri. Gianni ci guardava e ci diceva: «Non lo so se potete andare via, perché se Jacques vuole fare qualcosa dovete rimanere».
Restammo ancora chiuse nel bagno. Verso mezzogiorno Gianni mi fece uscire un'altra volta. Mi disse: «Vieni fuori tu che hai fatto la brava».
Io supplicavo: «Ma che mi volete fare... vi prego... lasciateci andare». Vidi Angelo che metteva i colpi nella pistola che teneva in mano. Gianni mi costrinse nuovamente a prenderlo in bocca. Poi si fermò e disse: «Ora basta che faccio finire alla tua amica».
Mi mandò da Angelo che stava in un'altra stanza. Anche lui mi obbligò a prenderlo in bocca. A un certo punto sentimmo un rumore e lui si arrabbiò e disse: «Proprio adesso che stavo arrivando». Mi disse che ora voleva Rosaria. Rosaria rimase nella stanza con Angelo per un po' di tempo. Quando uscì, piangeva disgustata, mentre Angelo era tutto contento e soddisfatto. Mostrava il petto bagnato della roba che gli era uscita e diceva: «Guardate, guardate che ce l'ho fatta».
Gianni ogni tanto faceva un gesto con la bocca e con la gola come se inghiottisse saliva. Ci dissero che prendevano delle pillole che gli facevano passare la fame. Mi fecero vedere anche il tubetto. Gianni era arrabbiato perché continuavo a implorarlo di lasciarci andare. Mi diede dei calci sulla schiena, tanti. Anche Rosaria cominciò a gridare e i due si arrabbiarono ancora di più e ci chiusero nuovamente nel bagno.
verso le due del pomeriggio sentii di nuovo lo squillo del telefono. Era Jacques che diceva che sarebbe arrivato pia tardi. Si erano fatte le 15,30. Angelo si mostrava preoccupato e diceva che se non arrivava nessuno allora saremmo tornati a Roma noi quattro. Gianni invece diceva di non muoversi, e suggerì ad Angelo di telefonare a Carlo. Carlo dovette tranquillizzare Angelo e comunicargli che stavano arrivando, perché decisero di aspettare, anche se avevano fretta.
Noi eravamo sempre chiuse nel bagno, potevamo capire cosa stava accadendo sentendo le loro voci. A un certo punto si ruppe il rubinetto del lavandino, l'acqua continuava a uscire, non riuscivamo a bloccarla. Si mostrarono contrariati, ci dicevano: «Ecco, si doveva rompere il rubinetto proprio ora che dobbiamo andare via. È colpa vostra!».
Ci presero tutte e due a schiaffi. Rosaria continuava a piangere e a lamentarsi, e loro continuarono con gli schiaffi. Dissero a Rosaria che doveva aggiustare il rubinetto. Lei ci provò. Poi, sempre con la minaccia della pistola, ci portarono nell'altro bagno.
Passò un'altra ora.
Arrivò Jacques. Era alto circa un metro e settantacinque, robusto, castano, i capelli li aveva appena ondulati. Aveva una leggera frangetta sulla fronte. Ci avevano detto che era il capo dei Marsigliesi, ma parlava italiano, senza particolari inflessioni. Disse che aveva ventitré anni, ma ne dimostrava di più. Vidi poi che aveva un tatuaggio verde sulla gamba. Si trattava della parola Lella, la scritta poteva essere lunga circa due centimetri.
All'inizio non fu cattivo, mi disse: «Se non vuoi venire a letto con me, io non insisto». Sgridò Angelo perché continuava a metterci le mani addosso. Ci assicurava che ci avrebbe riaccompagnate a casa, che però non dovevamo dire niente di quello che era accaduto. Poi però ci guardò e ci disse che dovevamo fare l'amore io e Rosaria. Ci costrinse ad abbracciarci. Poi scelse Rosaria e la portò in una stanza. Angelo prese me, mi mise un cuscino sulla bocca e mi piantò la pistola alla nuca. Siccome mi lamentavo Gianni cominciò a picchiarmi, a darmi calci sulla schiena. Negli stessi momenti sentivo Rosaria che gridava nell'altra stanza.
Angelo mi avvicinò il pene alla vagina, ma non ce la faceva. Si arrabbiò e disse a Gianni di pensarci lui. Lui rispose che non gli piacevo.
Poi vidi Rosaria e Jacques uscire dalla stanza. Rosaria aveva parecchio sangue tra le gambe e guardava Jacques come se gli dicesse: «Ora che ti ho fatto questo, lasciami andare».
A quel punto Jacques mi ordinò di andare nell'altra stanza con lui. E Rosaria rimase con Angelo e Gianni. Jacques si mostrava dolce, mi baciava, mi diceva di non preoccuparmi. Si mostrava soddisfatto di quello che aveva fatto con Rosaria. Era completamente nudo. Erano circa le 19,30. Ci ritrovammo tutti e cinque nella stessa stanza. Noi li imploravamo di lasciarci andare. Loro ci dissero che per mandarci a casa avrebbero dovuto addormentarci, così non avremmo dato fastidio nel viaggio.
Vidi Gianni preparare una siringa di plastica con del liquido rosso. A Rosaria dissero che l'avrebbero addormentata al terzo piano. E Angelo la portò su per le scale. Intanto Jacques prese la siringa e mi fece prima un'iniezione, poi un'altra. Ma io non mi addormentavo, anzi non provavo nessuna sensazione di torpore. Vidi Angelo e Rosaria ridiscendere dal terzo piano. Angelo si lamentava perché l'iniezione non aveva fatto effetto su Rosaria. E Gianni gli disse: «Prova con il cuscino».
Angelo aveva tra le mani un laccio emostatico e si vantava che lui con quel laccio aveva ammazzato tanta gente.
Rosaria fu portata di nuovo al piano di sopra, e da quel momento non l'ho più vista.
L'ho sentita, però, l'ho sentita che gridava: «No, non voglio con la bocca, fatemelo con la siringa».
Al che io pensai al cloroformio.
Poi sentii aprire il rubinetto della vasca da bagno, e immediatamente dopo avvertii i suoni emessi da una persona la cui feccia è immersa nell'acqua, dei rantoli come di qualcuno che cerca di riprendere fiato. A intervalli. Chiesi a Jacques di intervenire, gli dissi che stavano facendo del male alla mia amica. Lui salì su, e scese Gianni, che mi fece la terza iniezione.
Non riuscivo ad addormentarmi del tutto, e vedevo Gianni e Jacques salire e scendere alternativamente le scale. E mentre si trattenevano di sopra sentivo i gemiti di Rosaria.
Quando non sentii più i gemiti, mi ritrovai accanto Gianni. Subito dopo scese Jacques, e dopo un po' Angelo. Notai che erano stanchi e affaticati. Jacques mi mostrò la mano graffiata e mi disse: «Guarda che m'ha fatto».
Siccome continuavo a rimanere sveglia nonostante le tre iniezioni, Jacques mi disse che mi avrebbe dato un colpo di karaté per addormentarmi. Io gli dissi di no, di lasciarmi andare, e loro mi chiesero se preferivo un colpo di karaté o un colpo in testa con il calcio della pistola. Eravamo in giardino.
A questo punto io stessa gli dissi che era meglio un colpo di karaté. Jacques mi colpì. Io cascai per terra. Ma non svenni. E mi rialzai.
Siccome si sentì il rumore di una macchina, mi trascinarono dentro casa per nascondermi, per paura che qualcuno
mi vedesse.
Angelo e Gianni mi legarono con una cinta di cuoio, quella dei pantaloni. Me la misero al collo e mi trascinarono per la casa. Gianni mi mise un piede sul petto, mentre tirava, tirava la cinta. Ricordo che più stringeva e più mi sentivo soffocare, la vista mi si annebbiava, vedevo tutto nero. Svenni.
Avrò dormito per circa dieci minuti, mi sembrava di stare in pace, a casa mia. Quando mi risvegliai cercai di strapparmi dal collo la cinta, che mi stringeva. Ero riuscita ad allentare la stretta infilando le dita dentro il cappio. Per un attimo avevo ripreso a respirare, ma quando se ne accorsero si arrabbiarono ancora di più e cominciarono a darmi dei calci sul viso. Mi colpivano Angelo e Gianni. Jacques guardava e rideva.
Gianni continuando a colpirmi diceva: «Madonna, questa non muore».
Erano nervosi e violenti, tranne Jacques, che era calmo e diceva: «Cosa state facendo?».
Vidi Gianni che aveva in mano una spranga di ferro, con la quale mi colpiva alla testa. Mi colpiva, mi colpiva, ma non riuscivo a perdere i sensi. E allora lo sentii dire: «Lasciamo stare, la portiamo nel portabagagli e poi provvediamo con un colpo di pistola».
Si allontanarono, credo per pulire il sangue che era per terra, e allora ne approfittai. Ero nel salone, mi avvicinai al telefono, presi la cornetta, riuscii a fare il 113. Ero convinta di trovarmi in una villa di Lavinio, o comunque non distante da Latina. Riuscii a dire: «Pronto, mi stanno ammazzando, sono a Lavinio...».
Ma se ne accorsero, mi strapparono il telefono e ricominciarono a colpirmi. Sempre più forte.
Era già buio quando mi misero nel portabagagli. Potevano essere le 21. Nel frattempo era giunta un'altra auto. Prima misero dentro me. Mi sollevarono con una coperta e una tela cerata. Io facevo finta di essere morta. Ci credettero, tanto che Gianni disse: «Finalmente questa è morta».
Chiusero il portabagagli. Poi lo riaprirono per metterci il corpo di Rosaria. Gianni disse: «Guardate come dormono bene queste due. Silenzio, che qui ci stanno due morte».
Sentii pronunciare il nome Gianluca. Poi Gianni, rivolto ad Angelo, disse: «Adesso che bisogna fare? Ci pensi tu?». E la risposta di Angelo fu: «Sì, sì, ci penso io».
Subito dopo misero nel portabagagli Rosaria. Rimanemmo fermi per qualche minuto. Nell'auto dove stavo salì Gianni, mentre Angelo preferì salire nell'altra automobile, con Jacques.
Tornammo verso Roma. Ci furono delle soste. Li sentivo parlare. Gianni Guido diceva a Izzo che si era dato appuntamento con un loro amico, il cui nome, mi sembra di ricor-i dare, fosse Gianluca. Secondo i loro discorsi, Gianluca avrebbe dovuto preparare i passaporti. Durante una delle ultime soste, Angelo salì sulla macchina dove eravamo rinchiuse.
Intanto cercai di scuotere Rosaria con il gomito. Ma non la chiamavo, avevo paura che sentissero la mia voce. Avrebbero capito che ero ancora viva.
Rosaria era completamente inerte.
Non parlai neanche a lei.
Avevo paura.
Avrebbero capito che ero ancora viva.
Solo quando ci fermammo a Roma cominciai a chiedere 'uto.
Rosaria era sempre inerte.
Io non capivo neanche dove avesse la testa.
Ma naturalmente lo avevo capito, che era morta.

Fonti e Bibl.: archivio de "La Repubblica"; archvivo de "Il Corriere della Sera"; F. Sciarelli, Tre bravi ragazzi, 2006.

agg.1 31.08.2004
agg.2 25.04.2012

 
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