La Mano (o valle) del Demonio e L'Iscrizione Latina - Circeo - Storia e Leggenda

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La Mano (o valle) del Demonio e L'Iscrizione Latina

Leggenda

Lungo via del Faro, nel comune di San Felice Circeo, nelle immediate adiacenze dell'iscrizione latina scolpita nella roccia (CIL 6430) esisteva, fino alla fine dell'800, una formazione rocciosa dalla conformazione di una grossa mano, nominata dal popolo come "la Mano del Demonio". Oggi, questa mano,  non esiste più e non esistono, per quanto ne sappiamo, fotografie o disegni della sua struttura ma la leggenda e la superstizione è ancora viva in molti Sanfeliciani.

Le notizie relative alla distruzione della Mano del Demonio sono poco chiare e scarsamente documentare: si ritiene, in genere, che la roccia sia stata demolita durante i lavori di sistemazione e allargamento dell'antica strada romana anticamente formata da una rampa a gradoni di pietra viva , ma da altre fonti non verificabili sembra che la stessa mano di roccia sia stata, invece, fatta saltare in aria con dell'esplosivo per ordine di un ordine monastico locale, il quale considerava il luogo potenzialmente pericoloso per la celebrazione di riti pagani.


La stessa area, il boschetto di lecci, è ricca di antiche superstizioni e di leggende che ne hanno reso il luogo scenario di eventi carichi di negatività e di incidenti, anche mortali, durante il corso degli anni. Si racconta, fra le altre cose, che in questa 'valle' sia scomparsa una monaca e che durante le ore notturne si udirebbero i suoi "sospiri".


Un'altra interpretazione della Mano o valle del Demonio è direttamente testimoniata da Giuseppe Capponi nel 1856:


"Su la via della Croce, che passando sul boschetto della Villa (Poniatowski) si dirige verso torre Fico, e precisamente nel punto più eminente, che sovrasta la così detta Valle del Demonio, trovasi una vetusta iscrizione scoplita nel vivo masso [...], dalla quale rilevasi il nome di Promontorio di Venere" dato dagli antichi a questa parte del Circeo, forse desumendolo dalla bella esposizione di questo luogo e dalla grande  amenità che ispira una grandissima sensazione , difficile a potersi esprimere, nell'animo di colui che vi si ferma a contemplarla. Ma esaminiamo meglio la espressione nella lapide notata possiamo ritenere, che il nome di Venere dato a questo luogo abbia una qualche relazione con il linguaggio proprio dell'antica magia, giacchè montagna di Venere, nominasi dai Chiromanti quella prominenza carnosa, che trovasi alla radice del dito pollice; e questa ha una somiglianza col luogo ove esiste la lapide, riflettendo che veduto il Circeo dalla parte di N.E. prende la figura molto simile ad una mano, indicando le sue più alte prominenze l'ordine dei varj diti della mano stessa [...]. ...e sempre più rimaniamo entusiasti di tali pensieri, subito che rivolgiamo lo sguardo all'orma di una grossa mano aperta, che trovasi scolpita nel vivo masso in poca distanza dalla lapide succennata. Per le quali cose sembra di aver ritrovato non dubbie prove per accertarci, che il nome di Venere fu imposto a quel luogo da persone istrutte nell'antica arte della Chiromanzia".


La lapide appena descritta è in realta un'antica iscrizione romana del I secolo a.Cr. ancora leggibile con qualche difficoltà in quello stesso posto. Si tratta dell'iscrizione n.6430 del Corpus Inscriptionum Latinarum del 1883.


AD 
PROMUNTUR VENERIS
PUBLIC CIRCEIENS
USQ AD MAREM
A TERMINO LXXX
LONG PEDES L T PE CCXXV

Per coloro che vogliono approfondire ulterioriormente l'interpretazione della CIL 6430 riportiamo integralmente e in latino la descrizione di Theodor Mommsen:

La frase in latino può essere interpretata in vari modi, per esempio:

PROMVNTVR / VENERIS / PVBLIC CIRCEIENS / VSO ADMARIN / TERM[..] NO LXXX / ... XXV

oppure

Ad Promuntur[ium] Veneris public[um] Circeiens[is] usq[ue] ad marem termino LXXX long[us] ped[es].. ... CCXXV

L'iscrizione si riferisce, come sembra, a una delimitazione del territorio della costa per mezzo di cippi e termini e che, oltre a questa, dovevano esservene altre attualmente nascoste o sconosciute.

Prima versione: "(La via conduce) al Promontorio di Venere. Il (territorio) pubblico dei Circeiensi (giunge) fino al mare (e) dal termine 80 la distanza è più o meno di 725 piedi".
Seconda versione:"(La via conduce) al Promontorio di Venere. Il (territorio) pubblico dei Circeiensi fino al mare. Dal termine 80 la distanza è più o meno di 725 piedi".

Secondo la prima versione, avremmo una delimitazione dei confini della zona pubblica, secondo l'altra, tutto il promontorio di Venere fino al mare risulterebbe zona pubblica, e la distanza di 725 piedi sarebbe semplicemente quella intercorrente fra il termine 80 e il seguente 81 o il precedente 79.
Considerando che un piede (PES) romano corrisponde a 29,65 cm, possiamo dedurre che a circa 210 m, a ovest e est dalla 6430, dovremmo trovare un altro termine simile a quella di Via del Faro.

L'intepretazione e il restauro di Giuseppe Capponi (1856):

"Questa iscrizione è molto antica, riferndo all'epoca della Repubblica Romana, come ce lo dimostrano le stesse lettere scolpite; che ricoperte dall'escrescenze della stessa pietra, o per meglio dire dai così nominati funghi terrosi pietrificati, dovetti anni addietro occuparmi in ripulirla con sostanze corrosive, onde renderla chiara ed intellegibile come al presente si mostra. io poi ho interpretato questa lapide nel modo seguente:

Ante Diem - Promuntur Veneris - Publici Circejensis - Usque ad marem - A termino nostro LXXX - Lungum pedes DCCCXXV

Concludendo, l'antica credenza popolare vuole che: "chi fosse riuscito a decifrare questa iscrizione, sarebbe diventato ricco: la rupe si sarebbe aperta lasciando cadere una pioggia di monete d'oro (Lanzuisi)".


13 gennaio 2016 | agg.3

agg.2 13.04.2012

 
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