Dal Circeo all'Egitto

Dopo la catastrofe che avrebbe posto fine a una civiltà di cui le uniche tracce ancora visibili, perlomeno nel Lazio Meridionale, sarebbero costituite da alcuni monumenti rupestri, tra Terracina e Sperlonga (un argomento sul quale torneremo in una prossima occasione), coloro che riuscirono a fuggire, secondo questo vero e proprio antesignano della ricerca "di frontiera", trovarono rifugio soprattutto in due luoghi.

A Malta, il cui nome potrebbe allora "derivare dalla radice semitico 'MTL', che significa 'salvare' ", dove i monumenti megalitici di Gozo, di Hagiarkim, del Tar-scen costituiti di grandi pietre ben squadrate e sovrapposte e talvolta, come a Tarascen, decorate, sono insieme con l'ipogeo di Hal Saflieni, esempi di costruzioni che non trovarla riscontro "in alcun altro luogo se non a Terracina e al Circeo" e in misura maggiore "sulle sponde del Nilo".

E a proposito proprio dell'Egitto, Evelino Leonardi, nel decimo capitolo del suo vecchio libro, fornisce questa interpretazione del mito di Set e di Osiride, indicando, incidentalmente, quella che potrebbe essere stata la causa scatenante del cataclisma che distrusse il continente perduto del Circeo: "Set (il fenomeno me teorico della caduta di ferro dal cielo) uccide Osiride il cadavere viene gettato alle acque, e si disperdono le diverse parti in differenti direzioni.
"Finalmente i resti vengono ritrovati e ricomposti da Iside in Egitto.
"E Osiride rinascerà come signore del Nuovo Mondo.
"L'allusione è evidente : i riti e le parole sacre dell'antica sapienza e le più lontane tradizioni vengono sparpagliate coi diversi umani fuggiaschi del cataclisma.
"E si ricompongono in Egitto che diventerà la seconda patria dell'umanità.',

E, a conferma di queste affermazioni, Evelino Leonardi aggiunge: "Newton aveva fato notare come gli Egizi celebrassero il rito di un fuoco celeste che aveva colpito la Terra, con una grande analogia alla caduta di Fetonte delle tradizioni pelasgiche.
"E Plinio il Vecchio riferisce che vi fu un tempo antico in cui si dette il nome di Tifone alle Comete."

E che cosa sarebbe stato, secondo Leonardi, l'"osso di Tifone" di cui gli Egizi avevano orrore in ricordo del mito di Set che abbiamo menzionato in precedenza?

Niente altro che la parte solida e dura di una meteora il cui impatto catastrofico sulla Terra sarebbe rappresentato anche nella prima cosmogonia di Esiodo.

Tracce di questa antica e drammatica migrazione, verso la terra dei faraoni, sarebbero chiaramente desumibili anche in alcune rappresentazioni figurative. Come scrive infatti Leonardi: "Nell'ipogeo di Nakhti si vedono appunto i buoi che arano, i contadini al lavoro e poi in un altro gran quadro è raffigurata la mietitura.
"Alcuni tagliano il grano, altri legano i covoni e vi sono anche le spigolatrici".
"Ma dove avrebbero preso gli Egizi, "si chiede a questo punto il Leonardi, "l'ispirazione per quelle scene campestri sopra descritte?"

Non certo dal loro paesaggio e dalle loro campagne, così diverse di cultura e di prodotti.
Non da un paese straniero perché gli Ipogei erano, per il culto egiziano, considerati come luoghi dove si continua la vita dei defunti.

Dunque, si deve concludere che questi usi e costumi campestri non erano estranei al popolo egiziano ma rappresentavano appunto la tradizione antica, quella della vita dei loro antichissimi progenitori, prima che dal continente sommerso del Circeo fossero pervenuti sulle sponde del Nilo.