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Lucio Faberio Murena
e l'Iscrizione 6428.

Questa iscrizione, trovata verso
il 1840 nella zona di Torre Paola, in vicinanza dell'emissario,
era dapprima a San Felice "pro limine casae rusticae"
(Mommsen), come "soglia di una casa di campagna",
fu poi trasportata a Terracina e fece parte della Collezione
Antonelli, da cui è passata al Museo Civico locale.
Originariamente forse era murata sulla parete di uno dei moli
del canale o anche sul muro di contenimento della sponda destra.
Il Bianchini pensa che "dovesse essere apposta sull'epistilio
dell'ingresso alla costruzione fatta eseguire da Faberio",
cioè su un ipotetico architrave.
L.(ucius) FABERIUS
C - (ai) F - (ilius) POM(ptina[tribu]) MURENA
AUGUR IIII (quattuor) VIR AED(ilis)
AQUA(am) QUAE FLUEBANT EX LACU
CONLEGIT ET SALIENTEM IN LACU(m) REDEGIT
D(e) S(ua) P(ecunia) F(aciundum)
C(uravit)
C.I.L. 6428.
LUCIO FABERIO MURENA, magistrato
di Circeii: servendosi dell'alta e bassa marea e con lavori
di arginatura e di consolidamento del canle (di Paola), ha regolato
il flusso e riflusso dell'acqua nel Lago.
(De Ruggiero:2116)
Nerone
Ultimo
imperatore della casa Giulio-Claudia fu Nerone, che fu
proclamato dai pretoriani alla morte di Claudio. La madre Agrippina
pose accanto al figliolo, appena diciassettenne, il prefetto
del pretorio Afranio Burro e il filosofo Anneo Seneca, illustre
esponente dell'aristocrazia.
Nerone non divenne seguace dell'austera filosofia, seguita
dal maestro, ma, imbevuto di cultura ellenistica, cominciò
a coltivare l'ambizione di imitare i sovrani orientali e
si venne quindi circondando di uno sfarzo spettacoloso. Lo sciagurato
imperatore assumeva atteggiamenti da istrione e da tiranno,
non ascoltava più alcun consiglio di saggezza e di moderazione,
ubbidiva solo al suo arbitrio senza freno e alla sua crudeltà
spietata.
Per assicurarsi il trono, fece uccidere il figlio di Claudio,
Britannico, poi ordinò l'assassinio della propria madre,
e infine fece morire la moglie Ottavia, figlia essa pure di
Claudio e di Messalina, per andare a nozze con la corrotta Poppea,
di cui si era invaghito, e uccise anche questa a sua volta.
Suscitando scandalo e irritazione nel senato, Nerone fu preso
dalla mania della composizione poetica, della recitazione
e del canto;spesso si esibiva in pubblico nel Circo, costringendo
con le minacce e con i donativi gli spettatori ad applaudirlo.
Quando, nel 64 d.Cr., gran parte di Roma andò
distrutta in un incendio, l'opinione pubblica ritenne che un
uomo crudele e maniaco quale Nerone poteva ben essere stato
capace di appiccare il fuoco alla città, per innalzare
sulle rovine fumanti la sua splendida Domus aurea.
Per salvarsi dall'indignazione pubblica che cresceva, l'imperatore
additò come colpevoli i cristiani, i quali già
stavano diventando numerosi nella capitale e destavano confusi
sospetti negli ambienti romani per il loro vivere, necessariamente,
appartati. I giardini di Nerone furono allora illuminati dalle
fiaccole sinistre dei cristiani arsi vivi; e il sangue degli
sbranati dalle belve corse a rivoli nel Circo. Durante le persecuzione
neroniane , l'apostolo Pietro fu crocifisso sul colle Vaticano,
Paolo fu decapitato fuori le mura, presso al luogo dove oggi
sorge la basilica a lui dedicata.
L'aristocrazia romana non si piegava a tollerare la pazzesca
tirannia di Nerone, e organizzò una congiura per ucciderlo;
ma scoperta, fu soffocata nel sangue. Lo stesso Seneca e suo
nipote, il poeta Lucano, furono costretti a darsi la
morte. Nel frattempo alcune vittorie di generali neroniani contro
i Parti e contro gli Ebrei ridiedero un certo prestigio all'imperatore.
Ma nel 68 d.Cr., mentre Nerone compiva un clamoroso viaggio
in Grecia, dove si presentò come cantore negli stadi
durante i celebri giochi di Olimpia, di Corinto e di Nemea,
scoppiarono rivolte nelle legioni di Gallia e di Spagna.
Tornato a Roma, l'imperatore trovò anche i pretoriani
schierati contro di lui: braccato dai soldati, si rifugiò
travestito nella villa di un suo liberto. Alla fine, vistosi
ormai perduto, decise di farsi uccidere da un fedele segretario,
ma rimase istrione davanti alla morte: prima di porgere
tremante il collo al pugnale, ebbe ancora la forza di esclamare:
"quale artista muore con me!".
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