Atlantide era in Italia? Dal Circeo un indizio - Circeo - Storia e Leggenda

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Atlantide era in Italia? Dal Circeo un indizio

Mura Ciclopiche

di Gianluigi Proia

da Mystero n.40 di settembre 2003

Mondo Ignoto SrL

Un rarissimo e ottimo libro pubblicato nel 1937 da un acuto ricercatore romano oggi purtroppo del tutto dimenticato, Evelino Leonardi, avanza l'audace ipotesi, sostenuta da prove abbastanza accurate dell'esistenza diverse migliaia di anni fa di una sorta di continente perduto al posto delle acque che oggi si stendono al largo di Roma e Napoli: era forse quella l'Atlantide descritta da Platone? Oppure si trattava della mitica Tirrenide o di quella remotissima, enigmatica "Terra di Saturno" i cui sopravvissuti si sarebbero poi trasferiti in Egitto per fondare le dinastie faraoniche?

Evelino Leonardi, illustre clinico omeopatico, negli anni Trenta visse a lungo a San Felice Circeo che pensava essere stato il centro di una delle prime civiltà umane. La sua figura ed alcune sue ipotesi vengono analizzate nel numero di settembre del mensile "Mystero" in edicola in tutta Italia in questi giorni. Un'indagine condotta da Gianluigi Proia, studioso di"archeologia non convenzionale", di cui abbiamo già ospitato alcuni articoli in questo sito, a cui la redazione di www.circei.it ha collaborato con grande entusiasmo. In attesa di pubblicare nelle prossime settimane ampi stralci dell'interessante pubblicazione vi proponiamo quella parte dell'intervista a Sebastiano Gallone, in cui il nostro collaboratore, avanza un'interessante ipotesi sull'origine del materiale servito ad edificare le mura ciclopiche in molti centri del Lazio Meridionale.

"Ma poi, chiunque sia stato, dove ha preso quei macigni enormi, visto che intorno al Circeo, e dove per intorno intendo chilometri e chilometri, non vi sono zone di scavo o cave di quel tipo visibili? Potrebbe esserci la possibilità che il materiale utilizzato per l'edificazione di buona parte delle mura megalitiche esistenti anche in centri vicini, come Norma e Alatri, possa avere un'origine comune, ma non ancora individuata".

Il ricercatore Sebastiano Gallone (colaboratore di circei.it) presso un frammento delle mura ciclopiche del Circeo.

L'Antico Egitto fu un dono del Circeo?

Il geniale popolo guidato dai Faraoni sarebbe stato costituito dai discendenti di una parte di quelle remotissime ma evolute genti italiche che, quando una parte della terra che loro abitavano venne squassata da maremoti, da esplosioni vulcaniche e poi coperta dalle acque, dopo essersi faticosamente salvati decisero di emigrare verso luoghi più sicuri, scegliendo appunto quale loro nuova dimora la fertile valle del Nilo?

Questa è la nuova, audace tesi che emerge da un interessante lavoro di ricerca storica e protostorica svolto da uno studioso romano, Evelino Leonardi, del quale oggi si sono tutti dimenticati. Ma il suo lavoro, sintetizzato in un libro intitolato "L'Origine dell'Uomo", merita di essere riesaminato, perché contiene molti elementi che sembrano davvero interessanti. Ma partiamo dal principio.

Dunque, il Monte Circeo, al confine tra il Lazio e la Campania, è oggi uno dei luoghi preferiti di vacanza dei romani, mentre nel passato remoto sarebbe stato uno tra i maggiori rilievi di una vasta area, oggi parzialmente sommersa, che si sarebbe estesa, per decine di migliaia di anni, a partire dall'attuale linea di costa verso ovest di quest'arcaica regione emersa avrebbero fatto parte, oltre all'arcipelago puntino e a quello toscano, da una parte la Sardegna e la Corsica e dall'altra le isole di Ischia e di Procida.

Proprio qui, in quest'ampia zona oggi scomparsa in gran parte sotto i flutti del mare, si sarebbe sviluppata, in epoca remotissima, una delle prime civiltà che, in particolare dopo la sua fine traumatica, avrebbe influenzato le culture formatesi sull'isola di Malta, in Egitto e successivamente in Grecia e nell'Italia centro-meridionale.

In questo territorio, per una serie di eventi di natura geofisica, sarebbe nata una venerazione verso il picco più alto del Circeo, cima che, come dimostra la sua conformazione geologica di resegone a grandi scaglioni, in quel periodo avrebbe raggiunto addirittura i mille metri di altezza. Venerazione o culto le cui influenze sarebbero sopravvissute nel tempo per riemergere in seguito, nella figura di Poseidone, Nettuno per i Romani, non a caso rappresentato sempre con il ginocchio piegato, come sembra essere proprio la punta di quell'isolato rilievo del Lazio meridionale che "si presenta sagomata tipo una colossale figura umana col ginocchio piegato".

Contemporaneamente, parte dell'attuale pianura pontina sarebbe stata sott'acqua, come avrebbero dimostrato i rilievi fatti da G. B. Brocchi, nella prima metà del diciannovesimo secolo, di incrostazioni di molluschi Litodomi rimasti impressi su rocce ad alcuni chilometri dalla costa nella zona tra Terracina e Pontinia.

Probabilmente, giusto per fare un esempio su quella che sarebbe potuta essere la conformazione di quel territorio circa 12.000 anni fa, la collina su cui sorge attualmente il centro di Priverno, attualmente situata nell'entroterra alla distanza di una ventina di chilometri dalla riva del mare, in quell'epoca era invece un'isola.

Atlantite era al largo del Circeo?

Ricordi del cataclisma che avrebbe così profondamente modificato l'oro-grafia di una superficie tanto estesa, provocato probabilmente da un "fenomeno cosmico tellurico", sono ancora oggi individuabili in molti miti, in particolare, ma come vedremo non esclusivamente, della tradizione grecoromana, e potrebbero essere forse alla base anche di quanto racconta Platone sulla terra perduta di Atlantide nel suo "Krizia".

Questo perché, come scrive il Vico: "Le mitologie non sforzate e contorte, ma diritte e facili, sono le vere istorie civili dei primi popoli Le favole furono, nel loro nascere, narrazioni vere e severe tirate poi alla corruzione dagli scrittori. Le volgari tradizioni, le quali sono sì per lunga data e da interi popoli custodito, devono aver avuto un fondamento di vero".

Tale in linee generali è appunto il quadro di riferimento prospettato dal ricercatore indipendente Evelino Leonardi nel suo saggio "Le Origini dell'uomo", un volume di ben trecentoottanta pagine pubblicato a Milano nel febbraio del 1937, in cui lo studioso romano, un medico affascinato dall'archeologia, esponeva, con un occhio alle tradizioni e l'altro alle fonti "classiche", la sua teoria sull'esistenza remota di una possibile "civiltà madre" mediterranea ignorata dagli archeologi alla cui ricerca lui invece aveva dedicato molti anni della sua vita.

Quella civiltà madre, secondo la ricostruzione che Leonardi era riuscito a fare, era per davvero esistita e lui ne aveva anche individuato, in base ad accurate ricerche filologiche, precise tracce nelle aree litoranee dell'attuale provincia di Latina, in particolare tra San Felice Circeo e Gaeta.

Maremoti e serpenti di mare

Proprio localizzando l'antichissimo quasi mitico sito di Amucle presso Sperlonga, Evelino Leonardi riteneva di avere trovato una prima, importante conferma alle sue tesi. Localizzazione che il ricercatore romano così argomenta in quel suo oggi rarissimo ma sempre molto valido libro: "Ora, dell'antica città di Amukla italica situata sulla costa Campana fra Terracina e Gaeta nelle maremme di Fondi, Marziale aveva cantato il famoso vino 'Coekuba fundanis generosa cocuntur amyklis' e Plinio ci dice che ai suoi tempi esisteva solo un 'sinus amyclanus' per i grandi cambiamenti avvenuti in questa terra. "Ma oltre a ciò, qui da noi e non in Grecia è restata la tradizione dei serpenti marini.

"Qui in Italia e non in Grecia è restato il gruppo marmoreo di Laokoonte che fu trovato nel Lazio; tanto che quello del Vaticano sia una copia, come alcuni affermano, quanto che il vero sia sorto la basilica di S. Pudenziana come afferma il Maes, alla cui monografia può attingere il lettore più precisi particolari. "Dov'è ora la basilica di S. Pudenziana erano la casa e le terme del senatore Pudente. "Basti pensare che questa grande e ricca famiglia romana aveva delle proprietà nell'Agro Pontino, per spiegarci chiaramente come il gruppo di Laokoonte fosse trovato proprio dove è restata la tradizione raccolta da un grande artista italico e tradotta nel meraviglioso marmo che è pervenuto a noi...

"Servio limita anche meglio il sito di Amucle scrivendo 'Inter Kaietam et Terracina oppidum constitutum est a Lakonihus'. "Strabone fa derivare il nome di Kaieta apò ton keton, cioè dai cetacei, dai mostri marini o serpenti di mare che distrussero Amucle. "La tradizione si è mantenuta vivissima attraverso i secoli, ma nessuno si è mai marmi. sognato di attribuirle a una località della Grecia. "E' assai probabile che le popolazioni superstiti del continente sprofondato, emigrate altrove, abbiano portato con sé i nomi della terra madre per ridarli a quelli della nuova patria nomi di monti, di fiumi, di abitanti, di Dèi e di miti, creando doppioni che hanno fatto poi scambiare per originali quelle che erano soltanto copie."

Stabilito come il rito di Laokoonte si svolgesse presso Amucle, oggi Sperlonga, e come questa località dovesse essere "uno dei primi centri del culto solare", Leonardi si chiede come possa essere interpretata l'invasione di serpenti di mare descritta appunto in quell'antichissimo mito. Alla lettera? E in che modo dei serpenti giganteschi, o qualsiasi altro genere di mostri marini, avrebbero potuto distruggere in pochi istanti un'intera città? La possibile risposta è un'altra e, forse, non meno sorprendente. L'antichissima città di Amucle sarebbe stata distrutta in realtà dalle terribili ondate di un maremoto che avrebbe devastato il litorale, le cui onde titaniche e sinuose, con il passare dei millenni, sarebbero diventate, nella metafora del mito, dei giganteschi serpenti di mare.

Dall'Atlantide a... Tirrenide!

Il ricercatore Evelino Leonardi era anche convinto che l'ampia area di terra emersa che, in epoche antichissime, si stendeva al di là del Circeo sin quasi in mezzo a quel tratto di mare tirrenico, era in realtà quasi come un vero continente, e quella era appunto a suo parere proprio la mitica Atlantide di tante leggende.
Un altro elemento a sostegno di questa sua tesi Evelino Leonardi lo ravvisa in una parte dello scritto di Platone sull'Atlantide e, in particolare, nella descrizione che il Gran sacerdote di Sais fa a Salone delle caratteristiche geografiche del continente che secondo il filosofo greco si sarebbe inabissato nel mare circa undicimila anni fa.
A questo scopo il ricercatore romano utilizza la traduzione classica del testo di Platone fatta dal Fraccaroli, perché la sua interpretazione renderebbe le supposizioni di Leonardi più aderenti alla lettera di quanto Platone attribuisce al sacerdote egiziano che parlò con Solone.

Ma leggiamo allora con attenzione la citazione che Leonardi riporta a pagina 276 del suo libro (si tratta del ventesimo capitolo): "Allora, in quel mare non si poteva passare : perché innanzi a quella foce stretta che si chiama (come voi dite) delle Colonne d'Ercole, c'era un'isola e da essa chi procedeva trovava un valico alle altre isole e a tutto il continente intorno a quel mare grande là, che e' veramente mare grande. Perocchè questo che è dentro della Foce pare piuttosto un porto che abbia un ingresso stretto. Mentre quello sì che si potrebbe chiamare realmente mare e la terra che lo circonda ben si potrebbe con tutta verità chiamare continente."
"Così che," commenta a questo punto personalmente il Leonardi, "abbiamo una piccola stesa d'acqua dentro della Foce, e un'altra stesa di acqua molto grande fuori dalla Foce!"
Infatti, secondo lui, se si trattasse dello Stretto di Gibilterra, non si potrebbe parlare di un porto a ingresso stretto al di qua della Foce e di una stesa d'acqua molto più grande fuori della Foce.

Di qua e di là due mari sarebbero due mari: il Mediterraneo e l'Oceano Atlantico. Quando poi si dice che la terra che circonda quest'ultimo si potrebbe con tutta verità chiamare "continente", il condizionale è usato con attenzione, perché, secondo quanto scrive Leonardi nel suo libro, una "stesa d'acqua circondata da una terra non può essere che un lago".
Il quale lago però era così grande che "ben si potrebbe chiamare mare". Abbiamo dunque, secondo Leonardi, due laghi: uno piccolo al di qua dello Stretto, uno grandissimo al di là, circondato da terra che si potrebbe chiamare "continente" nel significato primiero di "continente".., uno specchio d'acqua.
Cercando l'Atlantide, Evelino Leonardi è dunque approdato a un'altra antichissima leggenda, quella del Grande Lago Tritonide dove sarebbe sprofondata la mitica terra italica di Tirrenide!

Il Grande Lago Tritonide era in Italia?

Evelino Leonardi in questa parte del suo libro "L'Origine dell'Uomo", nella costante individuazione di elementi che confermino l'audace tesi che sostiene, si richiama, perlomeno in parte, a tutti coloro che nel tempo, in particolare fra il Settecento e i primi decenni del Novecento, hanno ipotizzato che, in un passato più o meno remoto, parte dell'attuale superficie del deserto del Sahara nell'Africa settentrionale, in particolare nell'entroterra fra Tunisia e Libia, fosse occupato da una sorta di mare interno (ricordate? Se n'è parlato molto qui su "Mystero", in particolare nel numero dello scorso luglio) denominato il "Grande Lago Tritonide".

Un bacino che, in seguito a un violento cataclisma (forse un terremoto di immani proporzioni?) avrebbe rovesciato enormi quantità d'acqua in mare aperto con l'effetto di far aumentare considerevolmente, in breve tempo, il livello dell'Atlantico o, secondo altri autori, del Mediterraneo, modificando comunque in entrambi i casi in modo alquanto profondo l'assetto delle coste.

Ma, a differenza di questi studiosi, Evelino Leonardi, che negli anni Trenta era anche il redattore scientifico di un quotato periodico capitolino, posiziona invece la presunta sede del mysterioso Lago Tritonide proprio qui in Italia, e per la precisione nel tratto di mare contiguo a quella parte della costa tirrenica compresa tra il Circeo e Capo Miseno in Campania. E, a suo avviso, il "fondo marino tra il Circeo, Terracina e Gaeta" offrirebbe interessanti conferme a questa sua supposizione. Infatti, secondo Evelino Leonardi, lì si possono chiaramente distinguere:

Un'area neritica sub-litoranea a zoccolo peninsulare, a pendenza uniforme verso il mare, fino alla quota di 600 metri; una zona istmica che collega il Circeo all'Arcipelago Pontino; e di questa fa parte anche un rilievo sottomarino situato a destra sud est dell'isola di Ponza; un largo zoccolo nel cui centro emergono le isole di Ventotene e S. Stefano; uno stretto istmo subacqueo che, attraverso Procida, unisce Ischia a Capo Miseno; le isole Pontine che rappresentano residui di più estese terre oggi ritornate nel dominio del mare aperto.

Il grande vulcano spaccato e gli uomini giganteschi del Circeo

Sono idee assurde queste espresse da Evelino Leonardi? Sinceramente, non Io credo. Certo, ritengo poco probabile che proprio lì, allargo del Circeo, ci potesse essere quel perduto continente di Atlantide del quale ci ha parlato Platone. Ma non ritengo per nulla impossibile, invece, che lì ci fosse comunque una grande distesa di terra, una landa abitata e civilizzata, che poi un giorno, per un cataclisma improvviso, è sprofondata quasi tutta nel mare: gli elementi che il Leonardi porta a sostegno di questa parte della sua tesi non mi paiono infatti per niente banali o campati in aria, e guardando oggi una precisa e accurata carta nautica mi sembra difficile dare torto a quel ricercatore.

Ma, con ogni probabilità, il centro del "Mystero" , per Evelino Leonardi, colpito improvvisamente negli anni Quaranta del ventesimo secolo da una totale "dannatio memoris", probabilmente era un altro, come possiamo dedurre da questo stralcio tratto dal quattordicesimo capitolo di quel suo fondamentale libro: "Colui che svolge i suoi passi per le alte pendici del Circeo a picco sul mare, oltre passando il promontorio di Venere, trova ad un certo punto un ampio semicerchio di rocce che è visibilmente il mezzo cratere di un vulcano essendo l'altra metà precipitata nel mare con l'isola di &heria. Si vedono le colate di lava che hanno infuso e inglobato sabbie e detriti scendendo fino al mare; la valle prossima si chiama Valle Caduta e più avanti è il cosiddetto Precipizio cioè una roccia alta circa quattrocento metri a pare te liscia a picco sul mare.

"Questa segna il punto di frattura della terra sprofondata; e la flora di questa roccia è la stessa dell'isola di Palmarola antistante. "I marinai affermano di vedere,in giornate di acqua serena in fondo al mare, una specie di grande recinto che essi chiamano il 'quadro'...
"A destra di chi guarda il cratere si vede il perimetro rettangolare di mura poligonali che sono tra le più grandi e meravigliose del mondo in Italia si contano oltre quattrocento di questi monumenti..
"Queste costruzioni furono dette anche 'Saturnie', secondo quanto riporta Ovi.dio nella sua opera 'Aurea prima Saturni aetas'.
"Secondo Euripide ed Esiodo, i Ciclopi erano figli del cielo (semidèi) e fratelli di Saturno

Affettasse ferunt
regnum coeleste
Qigantes!
Atque congestos
estruisse
ad sidera montes!


"La questione di queste mura ciclopiche non è mai stata affrontata ed è una delle tante che gli uomini hanno abbandonato per omaggio al mondo moderno.
"Si teme di trovarci umiliati al confronto di queste opere colossali!
"A quale ufficio erano destinati questi recinti ciclopici?
"Per quanto riguarda il Circeo, siccome il perimetro è quadrato e perfettamente rilevabile, si può avere una superficie di 2.250 metri quadri.
"Essendo così modesta, si esclude a priori che possa aver contenuto un abitato anche in capanne.
"La popolazione ivi contenuta sarebbe stata insufficiente alla necessità della mano d'opera necessaria per costruire il recinto.
"Si può supporre che questo fosse una specie di terrazza dove si mettevano a seccare e conservare le messi e dove si facevano i riti religiosi.
"Ciò è verosimile.
"Ma non si comprenderebbe il perché di questa grandiosità di costruzioni per finì così modesti.
"Neanche la necessità di porre al riparo le provviste per il cibo degli uomini e il culto degli Dèi dagli assalti dei nemici e delle fiere, può giustificare questo immane lavoro.
"Se non era nel recinto l'abitato di coloro che hanno costruito le mura ciclopiche, dove erano le loro dimore?
'Erano sotterranee?
"E se così non fosse, bisognerebbe supporle al di fuori delle mura, e cioè nell'isola di Scheria, sommersa dove era il centro di questo grande popolo.
"Ma la parte più misteriosa consiste nel sapere per quali mezzi meccanici o per quali potenze occulte si rese possibile il trasporto e la messa in opera di questi grandi massi del peso di qualche tonnellata ognuno; a meno che non si voglia pensare che uomini giganteschi li maneggiassero, come fanno i nostri muratori con i mattoni.
"Infine una terza considerazione sorge dal fatto che queste pie tre colossali sono all'esterno perfettamente levigate, il che mentre depone per una vera opera d'arte (di cui non avrebbe avuto bisogno un semplice riparo di difesa) ci riempie di stupore sui mezzi adoperati per ottenere un così perfetto e uniforme risultato."

Come al Circeo cosí a Giza... e il problema della data

La lettura di queste straordinarie osservazioni di Evelino Leonardi ("pietre colossali all'esterno perfettamente levigate"… come sono anche i più grandi blocchi che compongono la Grande Piramide d'Egitto: esisteva dunque un legame stretto tra chi ha eretto quelle colossali costruzioni in Italia al Circeo e chi ha edificato i ciclopici monumenti della Piana di Giza?) mi ha convinto a fare una lunga e approfondita escursione, in una caldissima giornata dello scorso maggio, proprio nell'area in cui quelle mura sono state edificate. Si tratta di un luogo che è già ritornato "all'onore delle cronache" fra gli appassionati di "Archeologia Mysteriosa" qualche tempo fa per un servizio realizzato da Luca Venchiarutti per la rubrica "Misteri Italiani" del programma televisivo "Stargate" una trasmissione andata in onda il 3 dicembre del 2000, nel corso della quale, da più parti, è stata prospettata una possibile analogia fra le mura dell'acropoli del centro pontino e quelle di alcuni famosi siti precolombiani dell'America Latina, in particolare del Perù.

Mura che, come mi ha ricordato Carlo Gallone, responsabile del sito che all'argomento dedica un'approfondita analisi tecnica, sarebbero state costruite, secondo il docente di Topografia Romana Giuseppe Lugli, intorno al 393 a.Cr. una datazione che però da sempre ha suscitato interrogativi e moltissimi dubbi, al di là delle già ricordate analogie stilistiche riscontrate, come va evidenziato, non solo in tempi recenti, con alcune costruzioni del Sud America, visto che già alla metà del diciannovesimo secolo Petit Radael, membro dell'Istituto Reale di Francia e dell'Accademia di Torino, nonché amministratore della Biblioteca Mazarine, nel suo volume "Ricerche sui Monumenti Ciclopici" riportò una valutazione decisamente diversa che, perlomeno in un certo senso, potrebbe suonare come una conferma di quanto sostenuto da Leonardi, da Ettore Cipollato e... da me.

Infatti, Louis Petit Radael, nella parte terza della sua ricerca, pubblicata a Parigi nel 1841, ricorda come l'ingegnere M. Grongnet nel giugno del 1833, mentre si trovava a Malta, gli avesse scritto per informarlo della convinzione, maturata dopo una prolungata fase di riflessione che aveva fatto seguito ad alcune accurate esplorazioni "in loco", che "le fondamenta ancora esistenti di imponenti costruzioni presenti sul monte sarebbero potute essere più remote delle colonne pelasgiche dell'acropoli". L'ingegnere francese concludeva la sua lettera sostenendo che tali fondamenta, su quali basi Petit Radael però non lo riporta, fossero molto probabilmente precedenti al Diluvio suggerendo con tale espressione, di forte impatto emotivo, un'antichità estrema perlomeno per una parte del complesso monumentale.

In tempi più recenti, lo studioso Corrado Sampieri, nel saggio "Acropoli di Circei", pubblicato nel giugno del 1990, ha rilanciato la tesi dell'origine pelasgica di quel sito avanzando come possibile data per la sua edificazione pur "in mancanza di probanti reperti archeologici" e "in assenza di documenti scritti" il periodo che va dal tredicesimo al dodicesimo secolo prima di Cristo. E' un'ipotesi simile a quella avanzata inizialmente proprio da Louis Petit Radael nell'aprile del 1801 alla "Classe di Letteratura e delle Belle Arti" dell'istituto Nazionale di Francia. Ma, secondo altri, le mura ciclopiche del Circeo sarebbero di molto più antiche: c'è chi le colloca addirittura nel 5.000 prima di Cristo o perfino verso il 9.500 a.Cr., le due date più probabili, perlomeno dal punto di vista geologico, per lo sprofondamento in mare di gran parte di quella regione italiana. E siccome le mura oggi rimaste sul Circeo sono saio un pezzo di tutte quelle finite sott'acqua, è ovvio che tali colossali costruzioni megalitiche esistevano da prima di quell'immane catastrofe...

La prova del "Carbonio 14"

A lato frammenti di legno pietrificato attaccati ai resti delle mura ciclopiche del Circeo.

Ma, a fronte di valutazioni così discordanti, esiste qualche possibilità obiettiva di arrivare ad una datazione delle mura della misteriosa acropoli del Circeo, visto che, com'è noto, il rilevamento mediante il cosiddetto metodo del "Carbonio 14" è effettuabile solo sui residui organici e non certo sulla pura pietra?

Sì, perlomeno a giudizio di Sebastiano Gallone, tra i collaboratori di questo sito internet che prima abbiamo citato, il quale ci ha accompagnato nella lunga escursione in uno dei luoghi in cui, come si dice, con frase fatta ma mai come in questo caso tanto calzante, ogni risposta tende con estrema facilità a trasformarsi in un'altra domanda.

Sebastiano Gallone, nato a Como ma che da oltre ventitré anni vive a San Felice Circeo, infatti nelle sue numerose attente visite ha maturato a riguardo una precisa convinzione che senza esitazione c'illustra: "In alcuni tratti delle mura, in particolare nello strato più interno della parte oggetto di un contestato tentativo di restauro alla fine degli anni Ottanta, potrebbero essere ancora individuati frammenti di sostanze databili, come ad esempio fossili o resti vegetali, in alcuni casi, perlomeno in apparenza, presenti anche all'esterno delle mura.

"Certo, non ci troveremmo davanti ad una prova definitiva, ma in ogni caso una datazione così ottenuta potrebbe costituire una solida base per una valutazione oggettiva della reale età del complesso monumentale.

"Se, ad esempio, attraverso tale rilevamento si determinasse che un residuo vegetale sia databile intorno al 1.000 avanti Cristo, cadrebbe l'ipotesi, pur attualmente accreditata come la più probabile, che le mura megalitiche del Circeo siano state realizzate in tempi successivi, approssimativamente durante le guerre tra la Repubblica Romana e le altre popolazioni latine.

"Supposizione che comunque pare smentita dall'evidenza dei fatti, visto che chiunque conosca almeno in minima parte le costruzioni romane si rende subito conto che nella posa delle pietre non vi è alcuna caratteristica che ne richiami l'architettura.

"Ma poi, chiunque sia stato, dove ha preso quei macigni enormi, visto che intorno al Circeo, e dove per 'intorno' intendo chilometri e chilometri, non vi sono zone di scavo o cave di quel tipo visibili?

"Potrebbe esserci la possibilità che il materiale utilizzato per l'edificazione di buona parte delle mura megalitiche esistenti anche in centri vicini, come Norma e Alatri, possa avere un'origine comune, ma non ancora individuata..

"Un'ipotesi, fra l'altro, facilmente verificabile, su cui sarebbe il caso di indagare con delle mirate analisi"

Dove vivevano i Giganti?

Ma nell'esame dell'origine e della struttura del vasto complesso ciclopico del Circeo non può essere dimenticata una delle principali osservazioni fatte dal ricercatore Evelino Leonardi, un osservazione che davvero non può essere trascurata e che più genericamente può venire così riformulata: "Come mai non sono stati trovati resti di nessun genere di abitazioni all'interno dell'imponente complesso murario?"

Una domanda, questa, che giriamo ancora a Sebastiano Gallone, il quale, partendo dalla sua esperienza maturata in innumerevoli ricognizioni, osserva: "Le risposte più ovvie sarebbero due: sono andate distrutte oppure erano di legno. Ma c'è qualcosa che non mi convince in entrambe.

"Se all'interno delle mura vi fossero stati fabbricati andati distrutti, in qualunque materiale fossero stati realizzati, nel terreno comunque si sarebbero dovuti trovare resti ridotti in pezzi, anche piccoli, e invece nulla, nulla è stato rinvenuto.

"Quanto alla seconda possibilità, possiamo veramente credere che chi ha costruito quelle mura in pietra, con massi perfettamente squadrati, potesse vivere, anche se per brevi periodi, in edifici di legno?

"E se, invece, le abitazioni fossero state costruite sotto terra? Magari in grotte naturali, o ricavate, delle quali si sia perduto l'ingresso o che lo stesso sia stato mascherato con pietrisco? In effetti, in questa zona vi sono parecchi strani tumoli…"

D'altra parte, ricorda poi ancora Gallone, finora non è stata effettuata nessuna organica campagna di scavi allo scopo di verificare se tale supposizione possa avere un fondamento.

Una grande civiltà perduta?

Ci sarebbe poi un'altra possibilità, aggiungiamo noi. Che all'interno della cinta di mura non ci siano mai state strutture abitative. Una circostanza che renderebbe difficilmente verosimile la tesi della struttura difensiva, presupposto fra l'altro di quanto scrive il Lugli. Ma allora quale sarebbe potuta essere la sua funzione?

Un'ipotesi, tutta da verificare, chiarisce però immediatamente la situazione. E' quella di Mario Tocci, un geometra appassionato di Statica abbinata alla Tecnologia delle Costruzioni e di Archeologia che così argomenta la sua opinione: "Se, come pare, molti dei complessi di mura megalitiche sono costituiti, circa, alla stessa quota di livello, una possibile spiegazione, stando all'attuale stato delle conoscenze storiche ai limiti dell'incredibile, è che fossero stati edificati in quel modo in quanto, in base a precisi calcoli, ritenuti non raggiungibili da altre possibili onde anomale come quelle che potrebbero aver devastato, in un'epoca imprecisata, la costa e l'immediato entroterra a causa di sconvolgimenti climatici o sismici presumibilmente durati a lungo.

"Ciò non vuol dire necessariamente, comunque, è bene precisano, che tali strutture non possono essere relativamente recenti, anche se mi sento di affermarlo con convinzione, sicuramente non sono manufatti realizzati nell'epoca indicata dal Lugli, ma precedenti e attribuibili forse ai Volsci o a loro immediati precursori "In un certo senso, quindi, le due cerchie dell'acropoli (centro storico-arx) erano, sì, una struttura di difesa, ma più che dagli uomini dalle forze della natura."

Ma dove sarebbero finiti i superstiti di una cultura che aveva trovato "il modo di unire i grandi massi, dopo aver ottenuto la perfetta levigatezza della pietra"?

Dal Circeo all'Egitto

Dopo la catastrofe che avrebbe posto fine a una civiltà di cui le uniche tracce ancora visibili, perlomeno nel Lazio Meridionale, sarebbero costituite da alcuni monumenti rupestri, tra Terracina e Sperlonga (un argomento sul quale torneremo in una prossima occasione), coloro che riuscirono a fuggire, secondo questo vero e proprio antesignano della ricerca "di frontiera", trovarono rifugio soprattutto in due luoghi.

A Malta, il cui nome potrebbe allora "derivare dalla radice semitico 'MTL', che significa 'salvare' ", dove i monumenti megalitici di Gozo, di Hagiarkim, del Tar-scen costituiti di grandi pietre ben squadrate e sovrapposte e talvolta, come a Tarascen, decorate, sono insieme con l'ipogeo di Hal Saflieni, esempi di costruzioni che non trovarla riscontro "in alcun altro luogo se non a Terracina e al Circeo" e in misura maggiore "sulle sponde del Nilo".

E a proposito proprio dell'Egitto, Evelino Leonardi, nel decimo capitolo del suo vecchio libro, fornisce questa interpretazione del mito di Set e di Osiride, indicando, incidentalmente, quella che potrebbe essere stata la causa scatenante del cataclisma che distrusse il continente perduto del Circeo: "Set (il fenomeno me teorico della caduta di ferro dal cielo) uccide Osiride il cadavere viene gettato alle acque, e si disperdono le diverse parti in differenti direzioni.
"Finalmente i resti vengono ritrovati e ricomposti da Iside in Egitto.
"E Osiride rinascerà come signore del Nuovo Mondo.
"L'allusione è evidente : i riti e le parole sacre dell'antica sapienza e le più lontane tradizioni vengono sparpagliate coi diversi umani fuggiaschi del cataclisma.
"E si ricompongono in Egitto che diventerà la seconda patria dell'umanità.',

E, a conferma di queste affermazioni, Evelino Leonardi aggiunge: "Newton aveva fato notare come gli Egizi celebrassero il rito di un fuoco celeste che aveva colpito la Terra, con una grande analogia alla caduta di Fetonte delle tradizioni pelasgiche.
"E Plinio il Vecchio riferisce che vi fu un tempo antico in cui si dette il nome di Tifone alle Comete."
E che cosa sarebbe stato, secondo Leonardi, l'"osso di Tifone" di cui gli Egizi avevano orrore in ricordo del mito di Set che abbiamo menzionato in precedenza?

Niente altro che la parte solida e dura di una meteora il cui impatto catastrofico sulla Terra sarebbe rappresentato anche nella prima cosmogonia di Esiodo.

Tracce di questa antica e drammatica migrazione, verso la terra dei faraoni, sarebbero chiaramente desumibili anche in alcune rappresentazioni figurative. Come scrive infatti Leonardi: "Nell'ipogeo di Nakhti si vedono appunto i buoi che arano, i contadini al lavoro e poi in un altro gran quadro è raffigurata la mietitura.
"Alcuni tagliano il grano, altri legano i covoni e vi sono anche le spigolatrici".
"Ma dove avrebbero preso gli Egizi, "si chiede a questo punto il Leonardi, "l'ispirazione per quelle scene campestri sopra descritte?"

Non certo dal loro paesaggio e dalle loro campagne, così diverse di cultura e di prodotti.
Non da un paese straniero perché gli Ipogei erano, per il culto egiziano, considerati come luoghi dove si continua la vita dei defunti.

Dunque, si deve concludere che questi usi e costumi campestri non erano estranei al popolo egiziano ma rappresentavano appunto la tradizione antica, quella della vita dei loro antichissimi progenitori, prima che dal continente sommerso del Circeo fossero pervenuti sulle sponde del Nilo.

La regina che forse non e' mai esistita

Queste considerazioni trovano ampia conferma anche in quell'Ipogeo scoperto nel Tempio di Deir-el-bahari presso Tebe, dedicato alla regina Hatshopositon che, nella lunga serie di sovrani che, durante quattromila anni, regnarono nei due Egitti, sarebbe stata la prima donna sul trono dei Faraoni.

Ma la sorpresa... la sorpresa non è stata lieve quando si è constatato che in quel suo Ipogeo non vi era conservata la mummia di quella Regina.

E non è tutto. Per di più, infatti, nella lista ufficiale dei Re, conservata sulle tavole di Abydos, il nome di questa Regina non figura e gli archivi pubblici la ignorano completamente.

Il suo tempo poi in realtà è dedicato ufficialmente ad Amon-ra, mentre un bassorilievo dedicato appunto alla nascita di questa Regina è tale che può riferirsi anche non tanto a lei quanto alla...filiazione solare dei Faraoni, i quali adottarono appunto il titolo di "Figli del Sole".

Inoltre il geroglifico che rappresenterebbe tale nascita raffigura "una colomba con a fianco un cerchio che ha un punto in mezzo" e ciò, a giudizio di Evelino Leonardi, può significare "che la regina Hatshopositon non sia mai esistita", e questo nome quindi, come si potrebbe desumere dalla sua composizione, in realtà non potrebbe essere altro che un modo per indicare il Dio delle origini, quel Poseidone antico padre, divinità non egizia a cui potrebbe essere stato dedicato il luogo.

Quel Poseidone che non sarebbe stato altro, come abbiamo già accennato in apertura, che il modo antropomorfo in cui era visto, dagli abitanti più antichi di quella terra, il picco più alto del Monte Circeo.

E una prova di questa scoperta l'instancabile ricercatore capitolino ritenne di averla individuata anche nello stemma del Comune di San Felice Circeo.

Scrisse: "Il Circeo, oltre il nome di Isola Eea, ebbe quello di Sparviero e le leggende narrano come le prime lettere fossero state portate in Egitto da uno Sparviero la penna di questo uccello diventò il simbolo dei notari dei Faraoni.

"Anche oggi si può vedere che lo stemma del Circeo è composto da un libro aperto con sopra segni mysteriosi e indecifrabili e dietro, diagonalmente al libro, una penna di sparviero simbolo, come si è detto, dei notari dei Faraoni."

In altre parole, in Egitto per indicare gli scribi si ricorreva allo stesso identico simbolo antico che si osa da sempre al Circeo per contraddistinguere quella località italiana.

La conclusione è una sola: o la gente del Circeo ha ripreso quel simbolo dall'Antico Egitto, oppure, come Evelino Leonardi ritiene più probabile, è stato il popolo dell'Antico Egitto ad adottare il simbolo del Circeo.

I padri fondatori delle prime dinastie egizie, secondo lui, venivano dal continente perduto italiano!

Archeologia davvero molto, molto misteriosa...

Si tratta di tesi affascinanti e molto suggestive, anche se in alcuni aspetti supportate da indizi non sempre di univoca lettura, queste di Leonardi, che subito dopo la pubblicazione del suo libro "Le Origini dell'Uomo" provocarono vivaci polemiche in Italia, come ha ricordato anche lo scrittore Tommaso Lanzuisi in un articolo uscito nel febbraio del 1985 sul mensile "Lazio Ieri e Oggi"... polemiche e diatribe anche fin troppo esasperate che amareggiarono molto gli ultimi anni di vita del povero Evelino Leonardi, anche se le sue audaci teorie trovarono pure convinti sostenitori di nome, tra i quali Ettore Romagnoli e il poeta Gabriele D'Annunzio, "il quale lo volle presso di sé per un mese".

E gli autori della rivista "Mystero" debbono proprio a Tommaso Lanzuisi la possibilità di aver potuto leggere e analizzare quel che probabilmente può essere considerato il primo saggio italiano dedicato a quella ricerca, senza pregiudizi culturali o accademici, che dagli anni Sessanta del ventesimo secolo in poi ha preso il nome di "Archeologia Misteriosa".

 
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