L'antico vulcano del Circeo

di Gianluigi Proia
da Mystero n.50 di luglio 2004
Mondo Ignoto SrL

E se gli antichi Re del Mare...

Fin qui le argomentazioni esposte da Testa, su cui, confidava l'abate stesso nelle ultime righe del suo saggio, quello studioso del 1700 si augurava di poter tornare a trattare in futuro con maggior precisione.

Ignoriamo se poi l'abate Testa sia riuscito in tale intento ma sicuramente quella sua ricerca, oltre a suscitare l'approvazione di uno dei più attivi e anticonformisti intellettuali di quei tempi, il già ricordato Gianrinaldo Carli, spinse altri studiosi ad occuparsi del mistero del vulcano del Circeo, un argomento che, lo vedremo in una prossima occasione, potrebbe avere molto più fondamento di quanto si possa immaginare come, argutamente, già ammoniva lo stesso Domenico Testa nelle prime pagine della sua "Lettera": "Voi ridete, e pensate, ch'io voglia la baja del fatto vostro... leggete attentamente quello, ch'io sono per iscrivervi, e poi, se vi parrà, tornereste a ridere a vostro bell'agio".

Sarebbe sicuramente interessante sapere se avesse letto la "Lettera" di Testa un altro ricercatore controcorrente vissuto nella prima metà del Novecento il medico, archeologo e filologo Evelino Leonardi, di cui ci siamo occupati a lungo nel numero di settembre dello scorso anno, che in quel che puo' essere considerata una affascinante sintesi delle sue ricerche, "Le Origini dell'Uomo", volume pubblicato nel febbraio del 1937, scriveva: "Colui che volge i suoi passi per le alte pendici del Circeo a picco sul mare, oltrepassato il promontorio di Venere, trova a un certo punto un ampio semicerchio di rocce che è visibilmente il mezzo cratere di un vulcano essendo l'altra metà precipitata nel mare...

"Si vedono le colate di lava che hanno infuso e inglobato sabbia e detriti scendendo fino al mare: la valle prossima si chiama Valle Caduta e piu' avanti è il cosiddetto Precipizio, cioè una roccia alta 400 metri a parete liscia a picco sul mare.

"Questa segna il punto di frattura della terra sprofondata. Il Vulcano era quel gran fumo che vedeva Ulisse salire dalla terra guardando dalle coste di Terracina ed è quello stesso che ci descrive il Cartaginese Hannone nel suo periplo..."

Leonardi pensava di aver localizzato il cratere del vulcano nella parte piu' impervia del Monte Circeo e riteneva di aver trovato prova della sua intuizione nel racconto di un navigatore cartaginese, quindi di lingua fenicia, come fenicia sarebbe stata l'origine dei termini Lamo e Circeo, almeno secondo lo studioso francese citato da Domenico Testa.

Ma se, come acutamente aveva osservato il naturalista veneto, quando Strabone e Dionigi d'Alicarnasso avevano redatto le loro opere, non solo il vulcano si era spento, ma di esso si era "anche perduta la memoria"... a quale periodo potrebbe allora risalire quanto osservato al largo delle coste laziali dall'ignoto navigante che sarebbe stato l'inconsapevole ispiratore di cio' che è stato descritto in seguito da Omero?

Forse all'epoca remotissima degli antichi Re del Mare dei quali ha scritto per primo Charles Hapgood nel suo fondamentale testo uscito finalmente da poco anche qui in Italia, "Le Mappe delle Civiltà Perdute"?

E considerando dunque la presumibile estrema antichità di quell'osservazione, non è ipotizzabile che i Fenici quindi in realtà non facessero altro che tramandare solo vecchissime tradizioni preesistenti?

(rev.1 13/2/2005)

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