L'antico vulcano del Circeo

di Gianluigi Proia
da Mystero n.50 di luglio 2004
Mondo Ignoto SrL

Il vulcano di Terracina

Sempre leggendo Omero, scopriamo che poi Ulisse, quando fugge la Lamo e arriva nella terra di Circe, vede nuovamente un fumo ardente che sale da una selva

E di nuovo, secondo l'interpretazione di quest'altro punto del testo fatta dall'abate Testa nel Settecento, anche questo fumo sarebbe di origine vulcanica: per la precisione, secondo quel famoso naturalista veneto il fumo denso e ardente qui visto da Ulisse proveniva, esattamente come quello che in precedenza aveva accolto l'eroe all'arrivo a Lamo/Terracina, dalle pendici di un grande vulcano attivo che sorgeva in quell'area italiana.

Un vulcano localizzabile piu' o meno lungo il litorale o negli immediati dintorni di Terracina.

Esiste poi un altro particolare che, secondo il ricercatore veneto del 1700, potrebbe far ritenere che l'autore dell'"Odissea" fosse venuto a conoscenza dell'esistenza in tempi remoti di un vulcano ancora attivo esistente appunto in quella parte della costa tirrenica.
Quando infatti le navi della flotta di Ulisse sono costrette ad abbandonare il porto di Lamo/Terracina, sono oggetto di un'autentica pioggia di sassi che il grande poeta cosi' descrive:

"Immense pietre cosi' dai monti a fulminar si diero".

Pietre d'enorme grandezza lanciate dai giganteschi abitanti di Lamo, guidati da Antifate, dall'alto delle rupi.
Ma nel suo saggio l'abate Testa ricorda che: "Queste piogge di sassi rammentate dagli antichi non sono che eruzioni vulcaniche.
"I poeti hanno finto che le caverne de' monti vulcanici fossero abitate da poderosi e terribili giganti. Chi non sa la storia de' giganti fulminati in Flegra?"

Di conseguenza, il racconto dei sassi scagliati dai giganti contro la flotta di Ulisse potrebbe essere nient'altro che il resoconto, mitizzato, di un'eruzione vulcanica avvenuta migliaia di anni fa in quel che oggi è la Pianura Pontina.

E nel proseguo del poema "L'Odissea" c'è ancora un elemento che, secondo l'interpretazione dell'abate Testa, darebbe ulteriore credito a tutta la sua ipotesi.

Ulisse, scrive ancora nel 1700 quel grande naturalista veneto (il quale con le sue ricerche suscito' allora l'interesse e il consenso di molti studiosi, fra cui anche Gianrinaldo Carli, docente di geografia all'Università di Padova), dopo aver lasciato anche l'isola di Circe approda "nella terra de' Cimmeri, che a dir d'Omero, vivevano in una perpetua notte, tanta e siffatta era la caligia, ond'erano eternamente ingombrati..."

Cimmeri che, secondo diversi interpreti dell'autore dell' "Odissea", sarebbero da individuare negli abitanti di una zona contraddistinta da intensa attività vulcanica, probabilmente Cuma presso il lago d'Averno che secondo lo studioso Hamilton non sarebbe altro che un cratere vulcanico.

Per cui osserva l'abate Testa che "se le tenebre dei Cimmeri descritte da Omero non erano in sostanza che caligine prodotta dai vulcani, che quivi ardevano, sembra che le tenebre del medesimo Omero poco prima o fumo rammentate, quelle cioe' che tolsero ad Ulisse l'aspetto dei campi pontini, e dell'isola di Circe, tenebre da lui chiamate dense, ed ardenti, altro finalmente non fossero che fumo vulcanico".

La conclusione del naturalista veneto è che tutto lascerebbe pensare che in un periodo storicamente non precisabile nell'area a nord di Terracina, probabilmente nelle immediate vicinanze del Monte Circeo, sarebbe stato a lungo attivo un vulcano, le cui eruzioni visibile dal mare sarebbero state registrate da naviganti di passaggio... e infatti non è un caso che i vocaboli "Lamo", "Circe" ed "Eolo" siano tutti, molto probabilmente, di origine fenicia, come già indicato dal Bochart.

E i fenici, non è certamente un mistero per nessuno, erano considerati i maggiori navigatori dell'antichità.

(rev.1 02/01/2005)