Presentazione di Stanislao Nievo

Un monte che ha suscitato grandi poesie nel tempo, non solo in Italia ma anche più in là, è certamente il Circeo. Dal tempo di Omero ogni secolo lo ha cantato, vergato nei libri o ascoltato da orecchi oggi scomparsi. La forma del monte si leva sul mare con un profilo caratteristico (la prima volta che lo vidi, a cinque anni, mio padre mi disse: "guarda, è un uomo che dorme, un grande uomo" ) e segna la storia. La maga Circe si spegne ai suoi piedi a sud, a nord comincia l' avventura di Roma. Di rupi e promontorio, leggende e osservatori hanno fatto del Circeo una sentinella del tempo che ancora oggi sentiamo. I poeti continuano a cantare.

L' ultimo in ordine di tempo è Francesco Agresti, che del Circeo, del suo mito, della sua bellezza e realtà ha fatto uno scopo di vita letteraria e professionale. Qui Agresti canta tre momenti, uno ecologico, uno preistorico, e uno leggendario, anche se tutti e tre sono il saluto alla Dea Circe, Maga incontrastata di questa plaga. Francesco ha il senso dell' osservazione millenaria, quella che allinea nei versi il tempo del pianeta in questo angolo incantato, "romito navigante tra astri e mondi indifferenti". In questa silloge c'è il momento del mare e dei gorghi, la maternità selvaggia e l'eterno ritorno alla vita. C'è anche il momento di Neanderthal, questo nonno dell' umanità.

Qui è stato ritrovato sessanta anni fa nel "lucore malsano" di una grotta tra "gocce d' argento che ricamano cerchi infiniti". E lui si domanda con noi "è solo questa la sorte del mondo fino alla fine del tempo?" Il poeta Agresti canta l' uomo di oggi e con lirica uguaglianza lo coglie mentre annuncia i prossimi viaggiatori, i turisti che verranno. È un poeta di naturale verticalità, scende nel buio ed esplora il male del monte, accompagnatore limpido nella sua semplicità. Nei suoi versi le ere scomparse lasciandoci un'eco arcana sono risucchiate da una pompa di oggi, che asciuga l' ultima alluvione della grotta. Così siamo condotti all'incontro con la Dea, la Maga che tutti cerchiamo sul monte.

Francesco non ha timidezze linguistiche o reverenze verso l' intellighenzia attuale delle lettere, dice pane al pane e Circe a Circe. I suoi versi liberi scalpitano ed entrano nel mito, dove oggi "dorme parca la Piana", che è l' Agro Pontino, "tra lussuose dimore". Ma Agresti corre verso il monte, segue ciò che da millenni i poeti errabondi come cirri addensati sul Circeo desiderano, un sorriso sia pur mesto - umiltà di filosofo - per riscattare ciò che anche Virgilio, Andersen, Aleardi e D'Annunzio sentivano: il senso del mondo.

Stanislao Nievo