INNO A CIRCE

Anch’io un giorno, sfinito,
approdai all' isola di Eea.
Sospinto dai marosi a questa riva giunsi
e vi trovai novello ulisside, il tuo sorriso arboreo.
Sì, proprio tu Circe,
figlia del Sole e degli Oceani
con gli occhi colore del mare, freschi e lucenti
come le selve odorose del monte
che il vento e la salsedine baciano perenni.
Anch’io qui giunsi a nuova vita e a nuova civiltà
ed imparai ad amare
di questa contrada dal passato antico
la storia e i patimenti.
Del 1estraiolo obliato il pianto
Tra gli acquitrini pestiferi.
E tu sola, o Circe
fosti mossa a pietà dal gran dolore
fino a rendere il Piano fertile e fecondo
come il tuo seno,
al quale anch'io oggi, bramoso di vita, mi abbevero
anche se altro non vedo d'intorno
che lande stravolte e violentate
ove da tempo non s'ode il dolce sciabordio del mare
o il canto maestoso del boscaiolo andato
con il sordo scalpitio del cavallo normanno,
ma il fragore ringhioso dei cavalli vapore
che salpano furenti per paradisi introvabili.
Dorme parca la Piana
rinchiusa tra lussuose dimore, esclusa al mondo
e al via vai selvaggio del pendolare di transito
sognando frusta altra catarsi che il mondo ravveda.
Ma di noi che resta, o Circe?
Oltre al lamento del mare, nelle notti di luna,
al luccichio delle stelle,
che le cime della selva sfiora,
e al desiderio comune
che almeno un sorriso, sia pur mesto,
vaghi, tra cirri errabondi
e che al cuore di un poeta approdi
cui altro non brami che riscattare,
tra sordità solenni, il dolore del mondo.

Francesco Agresti