MONTE CIRCEO
Lascio i rumori del mondo
ai piedi di una Croce
e mi sospingo, come ad un Calvario,
verso la cima del monte
con l'Arcipelago che sfuma all'orizzonte
nel ribollire argenteo del mare:
un tumultuoso deserto di piombo,
come il mio cuore.
Resto al Precipizio e mi soffermo
all'incanto dei flutti spumeggianti
alle urla cavernose dei marosi
che sconquassano il monte e lo violentano
fin dentro gli anfratti più remoti.
A nulla approdano i richiami di Circe.
Le malie, le lusinghe: musica impossibile
che scompiglia la criniera di bruma
e mi sfiora, tra gocciole algenti
e quel richiamo insistente dei gorghi
irresistibili come la lava di un vulcano che tutto ingoia e tutto
placa:
i rimorsi, i rimpianti, le passate stagioni.
Luccica smorto il sole
a sprazzi, tra nuvole oscure,
romito navigante tra astri e mondi
indifferenti, o ignari, all'agonia dell'ora
all'Arcipelago che affoga lontano
in un mare di pianto.
Corre un cinghiale spaurito alla sua tana,
svanisce nella bufera mattutina.
Solo, un gabbiano, immobile nel cielo,
ignora la ferinità del mare
ed incita il suo acerbo al primo volo.
Forse chiude gli occhi il piccino,
ondeggia, si trattiene sul masso, ha paura.
Poi la vita la vince:
è la forza primigenia del Creato
che in questo monte esplode millenaria.
Un solo istante e si riprende...
Vola verso la madre che l'attende.
Francesco Agresti