ALLA GROTTA DEL NEANDERTHAL
Il tuo antro convulso è un utero spento.
Le capricciose involute del monte
trasudano pianto
mentre l'uomo si appresta
con la pompa sommersa a svuotare il cratere.
Da fuori non altro ci giunge che un fragor di risacca.
E assai buia si annuncia la sera.
Un lucore malsano pervade la grotta
e avvolge i resti posticci del cranio remoto
nel cerchio di sassi a ridosso del muro.
"Quest' anno trasuda più del dovuto
il granito del monte", sibila l' uomo
spostando la pompa in una pozza più fonda.
Gocce gonfie d'argento
ricamano cerchi infiniti
che si frangono e si disperdono nei cunicoli bui.
Ma è dietro quei cerchi che il pensiero si leva
per un impossibile viaggio
oltre il ventre malato di Circe.
E prendono forma i preistorici resti
e si involano, in una musica arcana,
tra le gocciole dense
e il sordo stridolìo del motore
che espelle furioso tutto il male del monte
mentre fuori si fa sempre più scuro.
E l'antico dilemma riaffiora: cacciatori o cacciati?
Vittime o carnefici, nel cupo rifugio?
E' solo questa la sorte del mondo
fino alla fine del tempo?
Appena un vagito e già l'arco si tende
ad offendere per non essere offesi
magari guardando nel cielo, alla ricerca di aiuto.
Esausta, ormai, la spelonca
ha esaurito le sue secrezioni.
E dal mare impietoso, soltanto un rantolo nero
accompagna il fluir della sera.
Ma l'uomo è solerte nel recuperare la pompa.
"Siamo già a ridosso della bella stagione
e presto arriveranno i turisti".
Francesco Agresti